1. Introduzione
Intendiamo qui offrire una trascrizione di Clorinde, ou l’amante tuée par son amant di anonimo (1597, Paris, Claude de Monstr’œil), secondo l’edizione in dodicesimo conservata presso la Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi, collocazione 8-BL-20901, Arsenal – Magasin1. Si tratta di uno dei primi romanzi francesi ispirati alla Liberata, uno di quelli che diventeranno presto una moltitudine di adattamenti attraverso cui Tasso viene assimilato alla cultura francese e anzi diventa francese. Come la critica ha già evidenziato, la maggioranza di questi adattamenti si concentra sulla riscrittura di episodi singoli, per lo più di carattere sentimentale o fantastico (e parliamo quindi dei filoni narrativi di Armida, Clorinda ed Erminia), piuttosto che rielaborare il tema principale della crociata o conservare l’intreccio di trame in un’unità narrativa centripeta.
In particolare, Clorinde, ou l’amante tuée par son amant si distingue per essere la prima versione in cui Clorinda, anziché essere indifferente a Tancredi, ricambia i suoi sentimenti e si ritrova ad essere, come rende immediatamente noto il titolo, uccisa dall’uomo che ella stessa ama. L’interesse dei lettori verso questa esplicitazione del sentimento amoroso di Clorinda, che nella Liberata veniva espresso solo nella visione onirica avuta da Tancredi post mortem2, risulta evidente dal fatto che essa viene ripresa anche in un romanzo successivo, la Hierusalem assiegée di Antoine de Nervèze (1599), e testimonia il favore da parte del pubblico di una versione più sentimentale e romanzesca della vicenda rispetto a quella più puramente tragica di Tasso.
L’anonimo dipana la vicenda della protagonista eponima in ordine cronologico. Da inciso di poche ottave, la storia del matrimonio dei genitori di Clorinde viene espansa sino a coprire quasi la prima metà del romanzo (dai folii 3r a 29r, su un totale di sessantasette folii), spostando in posizione prolettica un racconto che nella Liberata viene rivelato solo poco prima della fatale sortita notturna della guerriera nel canto XII. Questo posizionamento anticipatorio risulta subito profetico nei riguardi di Clorinde, ammantando la sua intera esistenza con l’influsso del destino di una donna uccisa da un uomo che la amava, o meglio che avrebbe dovuto amarla. È qui che inizia la traslazione del racconto tassiano su un piano più romanzesco e sentimentale. Chiamata adesso per la prima volta Cleonee, nome che verrà ripreso anche da Nervèze nella Hierusalem assiegée, la madre di Clorinde, senza nome nella Liberata, assurge a co-protagonista del romanzo, occupando uno spazio testuale quasi equivalente. Tormentata ingiustamente da un marito Barbablù3, Cleonee è un’eroina larmoyante che risponde ad ogni angheria con una condotta esemplare e con l’unica arma di cui dispone, il pianto.
La relazione tra Senap e Cleonee è altamente disfunzionale : la folle gelosia del marito per la bellissima, pura e innocente moglie distrugge la vita di Cleonee e consequentemente anche quella di Clorinde, allontanata dalla madre per essere nata, in maniera inspiegabile, di pelle bianca4. Convinto di un inesistente adulterio, Senap costringe Cleonee a ingerire del veleno, rendendo così definitiva la sua annichilazione, mentre il destino della donna resta in Tasso non specificato. Senap esce da questa vicenda e da questo romanzo vivo e impunito, rifiutandosi il narratore di raccontare altro su di lui.
Incastonato all’interno di questa prima parte, nei folii 19r-21v, è inserito il breve racconto della fuga di Arsete, durante la quale immediatamente Clorinde si ritrova in pericolo per colpa di un uomo : inseguito da una leonessa (tigre in Tasso), Arsete lascia la cesta con la neonata per mettersi in salvo su un albero, e di nuovo perde la cesta mentre attraversa il fiume inseguito dai briganti5. Soprattutto, Arsete mette in pericolo la vita (eterna) di Clorinde dimenticandosi di battezzarla, come la madre l’aveva pregato di fare. A metà romanzo, quando deve ancora immergersi nel vivo della vita di Clorinde da adulta, il lettore ha già visto la protagonista rischiare di morire due volte ed ha incamerato il bagaglio emotivo della sorte di Cleonee.6
Di pari passo con un breve excursus sull’educazione guerresca di Clorinde, che ricalca i tipici stilemi già erditati da Camilla (il rifiuto delle occupazioni femminili quali il cucito, la preferenza per gli esercizi marziali), avviene la sua proiezione in un discorso già orientato verso l’imminente aspetto sentimentale del personaggio. Il narratore infatti sottolinea ripetutamente la sua castità e la sua resistenza alle tentazioni della carne : “Elle ne laisse iamais aller les affections au de là de ce qui n’est honnestement permis, elle a tousiours l’oreille estoupee aux discours qui enchantent les cœurs” (f. 31r). Non si tratta qui solo nella tipica vocazione alla verginità della fanciulla guerriera, ma dell’onestà durante le conversazioni che deve esibire l’eroina di un romanzo sentimentale.
A fare da passaggio tra l’amore funesto di Cleonee e Senap e il futuro amore di Clorinde, si trova il racconto dell’amore a lieto fine tra Olinde e Sophronie. Disposti a morire l’uno per l’altra anziché uccidersi, Olinde e Sophronie rappresentano un chiaro contraltare dei genitori di Clorinde, e un possibile ideale a cui Clorinde invece è precluso fatalmente di accedere7.
Solo dopo aver liberato i due condannati, Clorinde incontra Tancred alla fontana. È qui che la deviazione verso il romanzo sentimentale prende piede in maniera più evidente. Il fulcro diventa non l’ideale stesso di questo amore, immaginato e impossibile, nel cuore di Tancredi, ma quale debba esserne “il fine” pratico, ovvero se Tancred debba “avoir Clorinde, ou pour femme ou pour amie” (f. 47r). I desideri nascosti del testo tassiano trovano nell’adattamento realizzazione empirica sul piano della realtà : il lettore trova esplicitato ciò che prima era supposizione, la forma romanzo realizza il presupposto sotterraneo dei versi originali. Il rapporto tra i due personaggi procede su un piano di contatto fisico che in Tasso si sublima soltanto nei duelli : già al primo incontro Tancred bacia la mano di Clorinde “d’une galanterie francoise” e cerca di baciarle la bocca “qu’elle destourna d’une si douce façon, qu’elle sembloit offrir ce qu’elle refusoit” (f. 40v). Durante un secondo incontro alla fontana, Clorinde sente già di ricambiare i suoi sentimenti, e professa anche lei a voce il proprio affetto : “luy declare sans feintize le bien qu’elle luy vouloit, determine toutesfois de n’y laisser rien de sien” (f. 51v). Le conversazioni tra i due si concentrano su quale sia la maniera più onesta di portare avanti la relazione, quali siano i limiti che gli amanti debbano rispettare, e come conservare il desiderio senza scendere nella voluttà. I precedenti riferimenti alla castità di Clorinde trovano così un pieno sviluppo, perché non stiamo più parlando di una vergine guerriera impervia all’amore, bensì di un’eroina innamorata in una vera e propria relazione sentimentale. Approdati sul piano della realtà empirica, Clorinde e Tancred agiscono quali modelli di comportamento virtuoso per i lettori (e soprattutto per le lettrici), quali honnête homme e honnête femme, morigerati, casti, e al tempo stesso dotati nell’arte della conversazione galante. La traslitterazione di Clorinde in eroina da romanzo è tale che ella cita una massima di una sua supposta “gouvernante” (al posto del suo “gouverneur” Arsete, f. 62v), scritta sul retro di una medaglietta che porta al collo, per ribadire la sua aderenza alla virtù : “De ce qui ne se doit sçavoir / Il ne faut chercher la science, / Ny de ce qu’on ne peut avoir / En demander la iouyssance” (f. 50r).
L’anonimo espande quello che nella Liberata era solo una supposizione : l’apparizione onirica di Clorinda post-mortem, che finalmente dichiara a Tancredi di corrisponderlo (Gerusalemme Liberata, XII, 93), potrebbe essere soltanto una proiezione di Tancredi e non la verità, in un poema pullulante di apparizioni soprannaturali ingannevoli e di vane proiezioni dei propri desideri sulle realtà altrui. L’accenno tassiano, comunque, basta all’anonimo riscrittore quale canovaccio per esplicitare il sentimento di Clorinde, rispondendo a quella che doveva essere un’evidente richiesta dei lettori francesi per un approfondimento degli episodi amorosi del poema originale. La reciprocità di sentimenti tra Clorinda e Tancredi, tra amante e uccisore, verrà ripresa in seguito non solo da Nervèze nella Hierusalem assiegée già citata, ma anche, in versione traslata, in un altro adattamento post-tassiano, la tragedia Pentesilea di Francesco Bracciolini (16148).
In linea di massima, nella lunga storia letteraria delle donne guerriere, le guerriere innamorate sopravvivono, mentre le vergini irriducibili vengono uccise (con le dovute eccezioni, chiaramente, da Marfisa alla stessa Gildippe della Liberata). La Clorinde dell’anonimo effettua una crasi tra questi due modelli interpretativi, con l’aggravante drammatica di prevedere la guerriera uccisa dall’uomo di cui lei stessa è innamorata – e che la ricambia – ma che non la riconosce. L’introduzione della corrispondenza sentimentale tra Clorinde e Tancred non muta l’ineluttabilità del finale. I lettori non cercano un lieto fine tra i due amanti, ma un’esplorazione di una possibilità della trama che aumenti (se possibile) la sua pateticità. L’adesione di Clorinde agli stilemi di un’eroina romantica non cambia, né lo potrebbe, il tracciato del duello fatale tassiano, da cui dipende la riconoscibilità stessa dell’episodio e l’interesse dei lettori. La vergine guerriera diventa una vergine martire che ritrova, col battesimo, la sua interezza di exemplum di virtù. Il pubblico non pretende una Clorinde che sopravviva, ma solo che si riempiano i vuoti di ciò che in Tasso resta allusione e potenzialità. L’adattamento romanzesco rende eplicito il non detto, concretizza lo sfumato, invera i desideri sottesi nella fonte. Ironicamente, è proprio il duello a perdere il sottotesto erotico delle ottave tassiane (“Tre volte il cavalier la donna stringe / con le robuste braccia, e altrettante da que’ nodi tenaci ella si scinge”, XII, 57 ; “Spinge egli il ferro nel bel sen di punta”, XII, 64 ; “la trafitta / vergine minacciando incalza e preme”, XII, 65) per un racconto molto più rapido e asciutto. Spostato sul piano di realtà, il doppio senso erotico deve cedere al decoro e alla rispettabilità. Gli “chastes embrassements” (62v) degli amanti alla fontana sono tutto ciò che può avvenire nella realtà all’interno di una relazione che sia di esempio alle lettrici, senza sforare il campo di qualcosa di sconveniente o che trasformi il personaggio in qualcuno da non imitare, passando dalla virtù al vizio.
In maniera certo non identica, ma analoga a quella mostrata con Senap, il narratore rifiuta di indugiare oltre sul dolore di Tancred, dopo il sogno in cui Clorinde lo rassicura sul suo arrivo in paradiso, poiché sarebbe di troppa pena per i lettori, e chiude il romanzo senza neppure nominare il prosieguo della guerra. Del poema tassiano è rimasto solo la trama di Clorinda, sfrondata di tutti gli elementi accessori (Erminia non viene mai nominata, Argante ha un ruolo minimo), per un pubblico di lettori – e soprattutto di lettrici – interessati allo svisceramento dei filoni sentimentali della Liberata, adattati ad un gusto in fase di transizione verso il romanzo barocco9.
2. Criteri di trascrizione
Sebbene la copia di Clorinde, ou l’amante tuée par son amant posseduta dalla Bibliothèque de l’Arsenal sia catalogata come scritta da Antoine de Nervèze10, è pressoché certo che si tratti invece dell’opera di un anonimo, e che Nervèze sia l’autore della sola Hierusalem assiegée citata sopra11. Di Clorinde, ou l’amante tuée par son amant esiste solo un’altra copia di mia conoscenza, conservata presso la Bibliothèque Louis Aragon di Amiens, con collocazione M 3147/1 Fonds Massons. Questa seconda copia è rilegata insieme all’Histoire des tragiques amours d’Hypolite et Ysabelle, néapolitains (1600, Langres, Guillame Demon) in un unico volume in sedicesimo diviso in due parti di 137 e 191 pagine. Nonostante la prefazione di questo secondo romanzo sia firmata con l’iniziale S., l’autore dell’Histoire d’Hypolite et Ysabelle sembra essere Jean de Meslier, come segnala il Catalogue Collectif de France a proposito della probabile princeps del 1593 e di una ristampa del 1610. Non esistono prove che Jean de Meslier possa essere l’autore anche della Clorinde.
Si è proceduto ad una trascrizione del testo della copia dell’Arsenal con il minor numero di interventi possibile. Per quanto riguarda la grafia, le u semiconsonantiche sono state sempre corrette in v, la i semiconsonantica è stata corretta in j solo nel pronome je, j’, per evitare forme come i’avrois di difficile lettura. Si sono conservate quindi forme come iamais, tousiours etc.
Sono stati riportati gli accenti contenuti nel testo senza aggiungerne di nuovi. La punteggiatura non è stata modificata, anche quando palesemente discorde da quella attuale ; sono state inserite solo le virgolette «» per il discorso diretto. Non sono state modificate le maiuscole e le minuscole.
