Il film recente di Nolan su Oppenheimer (2023) mostra bene come l’alleanza strategica fra il sapere, le tecniche e il potere (il “progetto Manhattan”) abbia condotto infine ad un “grido di dolore universale”: Hiroshima, Nagasaki…
Eppure, la fine tragica della Seconda Guerra mondiale sancisce un patto globale, sotto lo stivale delle nazioni vittoriose, per cui la bomba atomica, e la sua evoluzione nucleare, diviene – forse come intendeva anche Oppenheimer – una sorta di garanzia, certo paradossale, per non ripetere più Hiroshima.
Non ripetere più, plus jamais ça!... quel patto, in realtà, si è oggi sfaldato. Quanto sta accadendo in Medioriente dimostra che tutte le ripetizioni, in peggio, prima o dopo, diventano reali. La Bomba non è più un deterrente, non è più semplicemente la cattura della pace nella logica della guerra, come voleva Oppenheimer, ma il modo migliore, l’unico, per imporre una nuova pax augustea, un deserto, che contempla genocidi e aggressioni scellerate a popoli e Stati che avrebbero il capriccio di eludere le forme del neocolonialismo.
Estate 2025: questa guerra ha allora, ancora, il volto della scienza. Chi persegue, rafforza, i “progetti Manhattan”, domina. È un dominio che non accetta più compromessi, come dimostra la vicenda dell’Ucraina, dove vediamo sperimentate sui popoli, come a Gaza, le nuove intelligenti invenzioni dei laboratori scientifici.
Quando sarebbe davvero fuori tempo massimo, se non puramente idiota, pensare ad un altro possibile uso della scienza, con questo numero di K intendiamo saggiare una chance postrema – quella del rifiuto radicale, incondizionato e incondizionabile, puro – del legame della scienza con il potere che dà la morte. Con Ettore Majorana pensiamo di dare un nome a questo rifiuto. Abbiamo seguito l’ipotesi – che non sarebbe un delitto definire poetica – di Leonardo Sciascia (La scomparsa di Majorana, 1975), secondo cui Majorana intravede quello che Fermi, nel 1934, non riesce a vedere: gli esperimenti che il gruppo di via Panisperna effettua sulla radioattività possono condurre alla scissione dell’atomo di uranio. Majorana scrive alla sorella “La fisica è su una strada sbagliata”. Per questa ragione, il geniale fisico catanese, secondo Sciascia, avrebbe deciso di scomparire.
Il gesto di Majorana, in questo senso, si potrà certamente ricondurre a un “istinto di conservazione: per sé, per la specie umana” come sostiene Sciascia, ma è anche un movimento che prima ancora di opporsi all’eventuale scenario della Bomba e dell’estinzione, delude uno specifico assetto dei rapporti sociali e l’orientamento della scienza in cui si esprimono.
E intanto, scomparendo senza lasciare tracce, Majorana avrà fatto della sua persona la cifra stessa dello statuto del reale nell’universo probabilistico della fisica contemporanea (Agamben, Che cos’è reale? La scomparsa di Majorana, 2016). In questo modo, la sua sparizione è l’immagine per immaginare una via di fuga; svanendo, per eludere qualsiasi complicità: l’unica chance è quella di abbandonare l’opera. Sciascia scrive:
Nel genio precoce – quale appunto era Majorana – la vita ha come una invalicabile misura: di tempo, di opera. Una misura come assegnata, come imprescrittibile. Appena toccata, nell’opera, una compiutezza, una perfezione; appena svelato compiutamente un segreto, appena data perfetta forma, e cioè rivelazione, a un mistero – nell’ordine della conoscenza o, per dirla approssimativamente della bellezza: nella scienza o nella letteratura o nell’arte – appena dopo è la morte. E poiché è un «tutt’uno» con la natura, un «tutt’uno» con la vita, e natura e vita un «tutt’uno» con la mente, questo il genio precoce lo sa senza saperlo. Il fare è per lui intriso di questa premonizione, di questa paura. Gioca col tempo, col suo tempo, coi suoi anni, in inganni e ritardi. Tenta di dilatare la misura, di spostare il confine. Tenta di sottrarsi all’opera, all’opera che conclusa conclude. Che conclude la sua vita.
Una sottrazione all’opera, dall’opera. Noi la chiamiamo diserzione. Se nella guerra dei mondi, Bruno Pontecorvo, altro ragazzo della via Panisperna, sceglie di schierarsi contro l’imperialismo occidentale (ma la corsa agli armamenti è forse la radice della rovina del socialismo cosiddetto reale, come aveva intuito Malevic), Majorana, invece, si sottrae, abbondona quel sapere, tutto quel mondo. Diserta.
Nell’aprile del 2022, otto studenti dell’AgroParisTech, una delle principali scuole di ingegneria agraria in Francia, creano uno scandalo politico-mediatico perché la sera della loro cerimonia di laurea nella prestigiosa “Salle Gaveau” di Parigi, hanno invitato i loro compagni a “disertare”, rifiutando le “opportunità” offerte dalla loro scuola, perché i saperi appresi in essa spingono solo a partecipare alle distruzioni sociali ed ecologiche. Il cuore dell’appello dei giovani disertori è proprio la loro volontà di sottrarsi alla distruttività conclamata del sapere scientifico.
Il gesto di Majorana forse anticipa questa diserzione, ma soprattutto, per noi, diventa l’indicazione di uno stile di vita. La diserzione dalla scienza è, cioè, anche l’invenzione di un’altra modalità di esistenza dentro la catastrofe, dentro la guerra, che (non) si realizza, che (non) si conclude, perché decide di non farsi più trovare, non farsi più prendere: scomparire come Amleto o Vitangelo Moscarda.
Majorana, come amano sottolineare gli storici della scienza, non poteva pre-vedere la bomba atomica. Quindi non sarebbe scomparso per questo motivo. Non è contro l’atomica, soprattutto non è contro la nostra storia. Non è uno scienziato della fame, vogliono rassicurarsi. Poco importa! Rispondiamo noi. Il gesto di scomparire mette in discussione l’idea che la Bomba possa difendere la civiltà, perché esprime un rifiuto della scienza di guerra e dei valori che la sostengono. Lascia venire al mondo un altro modo di (non) stare al mondo dentro, o accanto, la Bomba. Il non-fare, fino alla cancellazione di sé, è il gesto che resta agli uomini e alle donne quando non c’è più niente da fare. La defezione di Majorana, in quest’ottica, è radicale e pura proprio in quanto si sottrae ad ogni possibile nuova cattura dentro la logica di potere e di sapere, di quel sapere e di quel potere in grado di negare persino il principio di realtà: la messa a punto della soluzione finale a Gaza.
Se l’orizzonte è quello catastrofico della guerra dei mondi, si tratta di sperimentare nuove inedite modalità di esistenza dentro la fine. Uno stile di vita inoperoso, fuori dal mondo. La questione che pone la scomparsa di Majorana è soprattutto quella del rifiuto. Majorana forse non ha pre-visto la bomba, ma svanisce perché si rifiuta di continuare a operare in questo mondo. Questo gesto di ritiro, questo rifiuto, non può essere quello di un uomo nevrotico, è piuttosto quello di un santo (di un guerriero che slega ogni vincolo con la violenza della guerra) che rinuncia a tutto, che va nei deserti, e soprattutto vuole vivere all’altezza della catastrofe che stiamo vivendo.
Nella catastrofe attuale è meglio ritirare le forze dal gioco senza sperare di migliorare un po’ le cose visto che la caratteristica propria dell’età atomica è quella di dilaniare la stessa possibilità dell’uomo di abitare il mondo. E, del resto, per chi parteggiare in una guerra termonucleare? Chi la vince? Israele sta veramente vincendo la sua guerra anche se sta umiliando e devastando tutto il Medioriente? Cosa resta di una vittoria che letteralmente non lascia tracce dietro di sé?
Non lasciare tracce. La scelta di Majorana fa pensare, come si diceva, e come sottolinea Sciascia, a qualche silhouette letteraria della destituzione del mondo. Il suo gesto di dissolversi (nel mare, in una campagna sperduta, in un convento, per le strade di qualche paesino?) ripete quello di diversi “artisti della fame”, come Bartleby o il digiunatore di Kafka. Tutti loro lasciano evaporare corpi e identità, diventano fantasmi, perché avvertono che queste sono le nuove forme dell’uomo nel capitalismo e nella guerra totale che non lascia niente, il vuoto delle forme. La pittura nucleare lo capisce bene, immediatamente dopo Hiroshima: “Le forme si disintegrano: le nuove forme dell’uomo sono quelle dell’universo atomico” (Baj, Dangelo, Arte nucleare, 1952).
Con Majorana il grande tema della spettralità, tema della modernità per eccellenza, investe la scienza. Cosa succede quando uno scienziato si allontana dal suo monocolo e diventa impercettibile? È pazzo, è sempre stato strano, dicono i borghesi e i benpensanti. Immaginate un po’, tuttavia, se si metamorfizzano oggi in ombre gli scienziati e le scienziate che lavorano negli Istituti di ricerca e analisi della Difesa a Londra, a Mosca, a Tel Aviv o negli USA…
Immaginate un po’… Ce la facciamo? Come diceva Anders, il problema di fronte alla guerra atomica è anche dato dalla scarsezza di immaginazione. Per questo motivo anche la Bomba è ancora l’impensato della democrazia all’occidentale.
Del resto, è anche perché è impensata che pericolosi distruttori dell’umanità possono essere sempre solo gli altri, quelli che neanche hanno la Bomba, e che soprattutto non l’hanno mai utilizzata. Ecco perché, di fronte all’impensato, la diserzione radicale degli scienziati è l’unico modo per fare i conti veramente, eticamente, ossia politicamente, con Hiroshima. La sola condotta che impedisca il ripetersi. Forse il patto per la “pace”, la creazione dell’ONU nell’ottobre ’45, nasce già come un’esperienza marcia perché Hiroshima non poteva che ripetersi, ogni santo giorno, da quel 6 agosto 1945. La proliferazione degli armamenti nucleari non è mai stata una deterrenza, ma, appunto, la continuazione senza continuità di Hiroshima, come una litania di nuove esplosioni ogni giorno, en attendant la disintegrazione totale.
Oggi ci siamo, la bomba si avvicina, e allora noi pensiamo a Majorana o a un altro ragazzo della via Panisperna, Franco Rasetti, che abbandona la fisica, compromessa con la morte, e inizia a studiare geologia e botanica. Esprimono, per noi, la stessa volontà di rompere il connubio scienza/guerra. Dicono poco, non fanno manifesti per la pace. Scappano, scompaiono, s’impegnano a studiare il Cambriano; eppure stanno precisamente disinnescando la Bomba, anche il meccanismo della sua ripetizione.
Poiché la Bomba è esplosa, esplode ancora, non c’è già più un mondo propriamente umano. I gesti di diserzione tentano di creare, dentro il deserto, delle nicchie per riabitarlo poeticamente, come fanno le comunità senza più paura alla fine de La strada di McCarthy (2006). Anche quei personaggi hanno abbandonato il mondo, i ruoli e le funzioni che vi avevano, sono scomparsi. Anche loro, come Majorana, si sono nascosti dentro la catastrofe non per ritrovare un giorno il vecchio mondo – non è più possibile –, ma per aprire le porte di un’altra città.
Si può disertare oggi a Gaza?
Noi lassù costruiamo una seconda città,
medici senza pazienti né sangue,
insegnanti senza aule gremite
e urla agli studenti,
nuove famiglie senza dolori né tristezza,
e giornalisti che fotografano il paradiso,
e poeti che scrivono sull’amore eterno,
tutti da Gaza, tutti.
Nel paradiso c’è una nuova Gaza che si sta
formando ora, senza assedio.
(Hiba Abu Nada, 15/10/2023, in Il loro grido è la mia voce, 2024).1
