Genericità dello “scienziato pazzo”

Scienziati pazzi, passione narcisistica, passione d’ignoranza

DOI : 10.54563/revue-k.1553

Plan

Notes de la rédaction

La versione originale di questo testo è stata pubblicata in H. Machinal (a cura di), Le savant fou, Rennes, Presses Universitaires de Rennes, Coll. “Interférences”, 2013, pp. 49-60. Ringraziamo calorosamente l’autrice del testo, la curatrice del volume e la casa editrice per averci concesso di tradurre il saggio.

Texte

Quando Gaïd Girard et Hélène Machinal, che ringrazio per il loro invito, mi hanno proposto di partecipare a una ricerca sul tema e il mito dello “scienziato pazzo”, ho accettato immediatamente. La pulsione epistemofilica e alcuni dei suoi avatar considerati come folli nella nostra cultura riguardano la psicoanalisi, l’epistemologia, la psicologia di massa, campi con cui ho familiarità.

Le associazioni immediate si sono concentrate sui deliri di provata onnipotenza, all’interno della comunità scientifica reale, che non sono nuovi. Pierre Simon de Laplace non si vantava forse, all’inizio del diciannovesimo secolo, di scrivere la storia integrale dell’universo, a condizione che gli fossero forniti i valori dei parametri rilevanti in un dato momento? Senza parlare di autori considerati come fondatori della scienza classica, Keplero e Galilei: il primo constatando che Dio ha dovuto aspettare seimila anni e le sue fatiche per un testimone che ammirasse le bellezze del suo sistema solare, il secondo imponendo allo stesso Dio di contare come noi… Così, dal punto di vista epistemologico e psicoanalitico, una forma di infatuazione – manie di grandezza se si vuole – sembra piuttosto frequente nel mondo scientifico reale, e cercheremo di spiegarne tra poco l’eziologia individuale e collettiva.

Tuttavia, una cosa è notare certi dettagli che sembrano rivelare delle manie di grandezza e che provocano un sorriso, un’altra è entrare nel delirio di onnipotenza che sembra manifestarsi nella comunità scientifica che la nostra cultura ha prodotto. Sembra quindi quasi generico. Sono rimasto sorpreso dalle resistenze che ho dovuto superare nella preparazione di questo lavoro, a prescindere dalle mie precedenti ricerche sulla nostra cultura dell’omicidio di massa1. Queste resistenze mostrano, da un lato, in che misura lo scienziato pazzo nella letteratura, nel cinema e nei fumetti sia un’analisi epistemologica esterna rilevante e, dall’altro lato, quanto il mito edulcori la realtà. Lo studio proposto sarà pertanto sgradevole, nella misura in cui tenta di superare la negazione dell’omicidio di massa nella nostra cultura e di ricordarci il ruolo della comunità scientifica in questa materia.

1. Alcuni fatti

Prima di tutto, ecco alcuni avvenimenti comprovati. Naturalmente, ci sono deliri di onnipotenza benigni. Keplero è proprio il tipo di matematico innocuo, geniale e poetico; tenta di riscoprire la musica delle sfere, e chiarisce con sottigliezza impareggiabile le meravigliose forme dei fiocchi di neve. Galileo e Laplace sono di un’altra pasta. Galileo visitava spesso gli arsenali veneziani: era l’istituzione più interessata a disporre di una teoria precisa sulla caduta dei corpi, quella delle palle di cannone. Quanto a Laplace, era famoso tanto per il suo genio di astronomo, quanto per il suo arrivismo e per la sete di potere che dimostrò per tutta la vita. Ma è dalla parte delle scienze della materia, della fisico-chimica e della biologia, che incontriamo le versioni più sinistre e omicide del delirio d’onnipotenza. D’altronde, gli artisti non si sono sbagliati, e gli scienziati pazzi dell’immaginazione lavorano nei laboratori. Va da sé che le scienze della materia, sia essa vivente o inerte, suscitano l’atto, mentre la “matematica pura”, come viene chiamata, e l’astronomia, soprattutto quella del passato, permettono solo un’elaborazione teorica, indulgente, almeno inizialmente.

Cominciamo da Johann R. Glauber (1604-1668 o 1670). La storia ufficiale delle scienze lo presenta come uno dei geni precursori della chimica contemporanea. I suoi lavori e i suoi esperimenti hanno portato alla luce diversi metodi analitici della chimica, e, tra le altre cose, fu il primo a sintetizzare l’acido cloridrico. Una storia critica meno accessibile, di Ion P. Culianu2, aggiunge quanto segue: Glauber fu fortemente colpito dalla Guerra dei Trent’anni (1618-1648); giunse alla conclusione che solo la Germania era in grado di garantire l’ordine e la pace in Europa, a condizione che fosse creata una monarchia mondiale tedesca. Per raggiungere questo obiettivo, Glauber propose di sviluppare una moderna tecnologia militare, e le armi chimiche gli sembrarono la scelta ideale. È così che realizzò tubi a pressione, granate e bombe che spruzzavano acido cloridrico. Un grande vantaggio di queste armi, secondo Glauber, era che accecavano il nemico senza ucciderlo. Così divennero una forza lavoro a basso costo, in grado di assicurare la supremazia economica della Germania. Naturalmente, Glauber prevedeva che le tecniche di armi chimiche si sarebbero diffuse tra i nemici. Da qui, la creazione di un gruppo di scienziati incaricati di perfezionare continuamente la tecnologia militare. Così “la guerra non sarà più vinta con la forza bruta, ma con l’intelligenza degli scienziati e degli ingegneri”, e “la forza cederà il passo all’arte, perché l’arte comporta talvolta la sconfitta della forza”. Manca il coraggio di commentare.

Secondo Culianu, che conclude la sua bella opera, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, con un breve studio su Glauber, quest’ultimo non è una figura aneddotica, ma il segno dell’inizio della cultura occidentale attuale. La quale sarà, in effetti, il risultato della gigantesca repressione esercitata congiuntamente dalla Riforma e dalla Controriforma contro il mondo rinascimentale che, da Marsilio Ficino a Giordano Bruno, aveva sviluppato in maniera qualitativa quelle che noi chiamiamo le scienze umane e, inoltre, una certa libertà sessuale, che si può leggere da Boccaccio a Brantôme ed è verificata da ciò che sappiamo della ricostruzione dei costumi dell’epoca. Poi vennero la Riforma, la Controriforma, la caccia alle streghe in tutta Europa, gli Stati forti e centralizzati e, last but not least, le scienze quantitative classiche. Pierre Chaunu ha da tempo sottolineato che tra il 1600 e il 1760, “[…] gli eserciti dell’Europa classica sono quintuplicati di numero, con una potenza di fuoco centuplicata”, mentre la popolazione europea è aumentata di poco. La tesi di Culianu potrebbe non essere errata3.

Da un chimico all’altro, da una depravazione omicida a una più devastante: ecco Fritz Haber (1868-1934). Siamo sempre in Germania, anche se la cultura tedesca non è davvero unica in questo senso, gli eventi sono solo più visibili. Haber è nato a Breslavia (Wroclaw) in una cosiddetta famiglia ebraica tedesca coinvolta nel movimento di assimilazione. Come Glauber, Haber è un sostenitore della supremazia tedesca. Inoltre, dimostra presto di essere un chimico di alto livello, le cui imprese fanno progredire la tecnologia degli armamenti chimici e la tecnologia dell’agricoltura, che d’ora in poi avanzeranno di pari passo (una situazione a cui oggi dobbiamo molti dei disastri ecologici attuali). Nel 1904, Haber sintetizza l’acido nitrico a partire dall’azoto nell’atmosfera. Poco dopo, la Germania non temeva più il blocco che le avrebbe impedito di importare nitrati per produrre dinamite (e incidentalmente fertilizzanti), poiché sulla base del lavoro di Haber era stata creata un’industria locale di esplosivi. Sembra che lo scoppio della guerra nel 1914 sia stato reso possibile da questo “avanzamento” scientifico-industriale.

Haber è al servizio del Ministero della Guerra del 1914; cerca la migliore arma chimica e sceglie il cloro. Primo esperimento, a grandezza naturale, Ypres, 22 aprile 1915, ore 17-18: 20.000 uomini gassati, 5.000 uomini moriranno in tre giorni. L’esperimento è un “successo”. Il suddetto gas è stato utilizzato per tutta la guerra, con “miglioramenti”, a volte più irritanti, soffocanti o vescicanti. Clara Haber, moglie del chimico e prima donna tedesca a conseguire un dottorato in chimica, continua a chiedere incessantemente al marito di fermare le sue ricerche omicide, che considera indegne, ma finisce per suicidarsi di fronte ai suoi ripetuti rifiuti.

Alla fine della guerra, Haber si spaventa. Teme il giudizio degli uomini e si rifugia in Svizzera: precauzione inutile, perché nel 1920 gli è stato attribuito il premio Nobel per la chimica per il 1918. Haber era vicino ad Einstein, e quest’ultimo avrà senza dubbio contribuito all’assegnazione del premio Nobel, che viene attribuito a Haber in modo oculato. Quale migliore e più degno premiato di uno dei chimici che, dopo Glauber, dopo tanti altri, dopo lo stesso Nobel, ha contribuito in maniera così eccellente alla tecnologia dell’omicidio di massa? Del resto, la negazione funziona anche qui.

La consultazione dell’Encyclopædia Universalis su Alfred Nobel non ci permette di leggere che l’invenzione della dinamite interessò l’industria degli armamenti, causò milioni di morti e fece la fortuna del gentiluomo per questo motivo. Questo dato non compare nell’articolo. Tuttavia, apprendiamo che la suddetta dinamite ha reso possibile l’apertura di miniere, strade e altre ferrovie, e che Alfred Nobel è in sostanza uno dei benefattori dell’umanità.

Nel 1920, recuperando il suo posto presso l’Istituto di Fisica ed Elettrochimica di Berlino, Fritz Haber continua la sua brillante carriera e persiste nelle sue ricerche congiunte nelle tecnologie agricole e degli armamenti. Va da sé che uccidere ratti, insetti o umani è una questione di dose. Infatti, l’ufficialissima “costante di Haber” viene utilizzata per calcolare la dose letale di un gas per un essere umano, in funzione del tempo di esposizione. Haber inventa l’uso degli organoclorurati, essendo così il padre dei pesticidi che da allora hanno avvelenato gli umani e l’intero pianeta, sia che venissero utilizzati per la guerra, sia per l’agricoltura. Tra questi c’era il Zyklon B, prodotto dall’azienda IG Farben, di cui Haber è membro del consiglio di sorveglianza fin dalla sua creazione, nel 1925. Nel 1933, Haber deve lasciare la Germania nazista e muore nel 1934. Lo Zyklon B è ovviamente il gas di Auschwitz. Oggi, un istituto scientifico berlinese e un altro a Karlsruhe portano il nome di Fritz Haber. Un po’ più significativo: il centro di ricerca per la dinamica molecolare dell’Università ebraica di Gerusalemme si chiama Centro Fritz Haber.

La chimica è stata scelta come esempio. L’energia atomica o la biologia molecolare sarebbero difficilmente meno chiare, da un lato rispetto alla genericità del delirio di onnipotenza e di omicidio, dall’altro lato rispetto alla negazione di cui questi sintomi sono oggetto nella comunità culturale, per i creatori di scienziati pazzi e di altri emarginati! Per non parlare degli ingegneri che hanno sviluppato le nanotecnologie nell’ultimo decennio4.

In ogni tempo, si ribatterà, ci sono stati scienziati incaricati solo di perfezionare la tecnologia degli armamenti, e la storia delle scienze non ignora questo fatto, anche se lo attenua. Gli archeologi non hanno preoccupazione ideologiche sull’argomento, e precisano che l’apparizione di una produzione eccessiva di armi è contemporanea a quella del Neolitico. Resta il fatto che ci sono state aree non neolitiche in cui le culture umane hanno conservato un livello di simbolizzazione sufficiente a prevenire i deliri di onnipotenza e gli omicidi di massa correlati, e che lo stesso mondo neolitico ha conosciuto lunghi periodi di remissione, in particolare la cosiddetta cultura di Halaf, durante tutto il sesto millennio e in tutta l’area che definiamo Medio Oriente.

2. Eziologia

Proviamo a descrivere l’eziologia del delirio di onnipotenza con il suo correlato necessario, l’omicidio di massa5. Di seguito alcune osservazioni sulla psicologia individuale e collettiva. Quasi tutta l’eziologia è spiegata da Mary Shelley, il cui Frankenstein, o il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818, è molto istruttivo. Vi faremo riferimento dopo aver delineato la genesi di quella che gli psicanalisti dopo Freud definiscono la “pulsione epistemofilica”.

È opportuno iniziare ricordando le due peculiarità biologiche dello sviluppo umano. Rispetto ad altri primati, gli esseri umani si sviluppano molto lentamente, anche nell’utero, e nascono molto immaturi. Di conseguenza, il loro primo sviluppo, fino a circa cinque anni di età, avviene in assoluta dipendenza dagli adulti. La prima peculiarità, quindi: l’estrema prematurità e la conseguente lunghissima dipendenza. Seconda peculiarità: invece di avere uno sviluppo molto lento che ci porta costantemente all’età adulta, quindi alla capacità di procreare, il nostro sviluppo subisce un arresto. Non diventiamo adulti intorno ai sei o otto anni, come i nostri cugini scimmieschi. Viviamo quella che Freud ha chiamato la “fase di latenza”, tra i quattro-cinque anni e i dodici-quindici anni, quando la pubertà segna la ripresa dello sviluppo sessuale che conduce alla maturità. Queste due peculiarità sono essenziali. A loro si deve, oltre al bipedalismo e alla capacità anatomica di parlare, i tratti fondamentali della nostra vita psico-sessuale.

“Quando non si fa nulla, non si è lontani dal fare qualcosa di sbagliato”, secondo il detto, che include le attività sessuali nel “fare qualcosa di sbagliato”. In un certo senso, questo è ciò che accade ai neonati e ai bambini piccoli: privi delle capacità necessarie per esplorare il vasto mondo, investono, come diciamo in psicanalisi, il proprio corpo e degli adulti a loro vicini, vale a dire ciò a cui sono confinati. Da qui, la ricchissima sessualità infantile. Tutte le funzioni fisiologiche vitali sono sovrainvestite, sessualmente investite, quindi tutti gli orifizi del corpo, più la pelle, più la muscolatura volontaria, più alcuni organi interni. Tutti diventano fonti di piacere, “zone erogene”. Da qui, la serie di pulsioni sessuali parziali: orale, labirintica, genitale, sadico-anale, voyeuristico-esibizionista, ecc. Freud propone di considerare i bambini piccoli in quanto “perversi polimorfi”. Ad esempio, i bambini piccoli non si accontentano di succhiare il seno o il biberon per nutrirsi, ma succhiano il pollice, il lenzuolo e altro per piacere.

Tuttavia, un adulto non è consapevole del suo piacere (o dispiacere) nel baciare, la sua golosità, la sua anoressia e/o bulimia, il modo in cui divora i libri, ecc., ecc., derivano dalla sua pulsione orale infantile più o meno elaborata. Non lo sa, perché non lo ricorda. La fase di latenza comporta in effetti la caratteristica centrale di farci dimenticare, nel senso dell’accesso alla coscienza, cioè di farci reprimere, nel senso della psicoanalisi, la nostra prima infanzia con la sua sessualità, i suoi amori, i suoi odi, le sue paure e le sue convinzioni. L’inaccessibilità alla coscienza della prima infanzia è una delle ragioni essenziali della potenza della sua efficacia nella vita adulta. È anche la forza trainante della regressione psichica, una capacità specifica degli esseri umani tra i Primati.

Che dire della pulsione epistemofilica in questo contesto? Freud parla di “Wiss- oder Forschertrieb6”, la pulsione di conoscere o di cercare, e data il picco della sua attività tra il terzo e il quinto anno di vita. La domanda principale sarebbe: “Da dove vengono i bambini?”. Questo quesito avrebbe dato origine all’elaborazione delle teorie sessuali infantili riguardanti il concepimento dei bambini, quindi la loro nascita, la determinazione di ciò che significa essere sposati e, infine, il problema dell’alterità dei sessi. Freud ha ragione riguardo l’intensità delle ricerche sessuali in questo periodo, l’inventiva e la correlativa potenza della pulsione epistemofilica, che ricollega al momento in cui prevalgono impulsi sadico-anali e voyeuristico-esibizionisti che sono contemporanei. Per questo motivo, Freud propone di far derivare la pulsione epistemofilica dai desideri di controllo correlati all’acquisizione della padronanza della muscolatura volontaria e del sadismo, attraverso una forma di sublimazione.

I primi suggerimenti di Freud vanno un po’ modificati in tre direzioni. Dal punto di vista dello sviluppo temporale, sembra che Wiss- oder Forschertrieb accompagni rapidamente gli impulsi sessuali parziali. Fin dal primo momento dell’organizzazione sessuale orale, è innegabile un’attività di conoscenza attraverso la bocca (per non parlare dello straordinario appetito per i testi stampati, a partire dal settimo mese circa). Da qui, una seconda modifica: non è solo il desiderio di controllo ad alimentare la pulsione epistemofilica – del resto, la lingua dice “divorare i libri”, come abbiamo già detto. Tuttavia, il linguaggio e Freud sottolineano l’intreccio tra amore e odio, nel migliore dei casi, la prevalenza dell’odio, nel peggiore, nei moti pulsionali costitutivi della pulsione epistemofilica. Troveremmo così in maniera diretta il mad scientist, per semplice fissazione psichica. Tuttavia, è necessario modulare la terza modifica: nel campo dell’oralità, l’investimento del gusto per le cose differisce dal desiderio di divorarle. Si tratta, però, di un investimento sensoriale-sensuale che risulta immediatamente tenue. Inoltre, nell’organizzazione sadico-anale, prevalgono due coppie pulsionali, il sado-masochismo e il voyeurismo-esibizionismo. Ma vedere è un toccare a distanza, come già notava Cartesio, e la componente voyeuristica della pulsione epistemofilica non prende molto in prestito dall’odio.

Tuttavia, è chiaro fino a che punto la configurazione della pulsione epistemofilica dipenda dalla cultura e dall’ambiente circostante. La configurazione della pulsione epistemofilica sarà più o meno odiosa, a seconda che ai lattanti sia permesso o meno di investire nella diversità dei gusti e in quella del visibile, e a seconda che la padronanza e la possessione saranno più o meno valorizzate. (Bisogna ricordare che la povertà gustativa degli omogeneizzati che nutrono i nostri bambini? L’uniformità visuale degli schermi della televisione davanti ai quali li mettiamo? Senza soffermarci sullo statuto dei beni e della proprietà privata nella nostra cultura).

È importante un altro tema introdotto da Freud, che riguarda lo sviluppo della pulsione epistemofilica. Questo è uno dei drammi iniziali in cui si trovano tutti gli studiosi in erba: la scoperta dell’alterità dei sessi. È drammatica per la convinzione che poi viene attaccata, quella dell’onnipotenza degli adulti, e in particolare quella della madre. Va ricordato che la prematurità e la dipendenza hanno un’importante correlazione: la convinzione che tutti abbiamo da bambini, che gli adulti, a cominciare dalla madre o da chi ne fa le veci, siano onnipotenti – una convinzione che in quel momento è realistica. Non solo la madre ha potere di vita e di morte sul bambino, ma si suppone anche che conosca tutti i suoi pensieri, che abbia il dono dell’ubiquità e che faccia figli da sola. Dal punto di vista del bambino, anche gli altri adulti, possiedono l’onnipotenza, modulata secondo la posizione che la madre assume nei loro confronti. Come figli di quella madre, eravamo tutti convinti che, una volta cresciuti, saremmo stati onnipotenti come lei. Questa convinzione rimane più o meno elaborata in ognuno di noi, ed è senza dubbio inutile insistere sui danni che provoca la sua efficacia in età adulta. Naturalmente, i mad scientists reali o immaginari sono quelli che non hanno rinunciato all’onnipotenza materna, né alla propria onnipotenza, come immaginato nella prima infanzia.

Schematizziamo e semplifichiamo. Guardiamo le cose dal punto di vista di un fanciullo, perché i mad scientists reali e immaginari sono di sesso maschile, e i campi delle scienze cosiddette esatte sono essenzialmente popolati da uomini. Si tratta di una divisione culturale, di cui i mad scientists presentano una delle incarnazioni pur essendo prodotti da questo stesso divario.

Figlio di una madre considerata onnipotente, il fanciullo è convinto che crescendo erediterà la sua onnipotenza. Ma ecco che nelle sue ricerche sessuali trova degli esseri senza pene, e tra questi, forse, la madre. È inaccettabile. Da un lato, l’organo genitale è altamente investito a causa della masturbazione infantile. Dall’altro lato, se alcune persone ne sono sprovviste, allora il pene stesso in quanto tale è minacciato. Infine, è inconcepibile che un essere onnipotente come la madre sia privo di questo prezioso organo.

In una cultura in cui il possesso e le relazioni di dominio sono trattate con le precauzioni che meritano, e in cui l’alterità dei sessi è riconosciuta – sembra che questo sia stato il caso di alcune culture paleolitiche, di numerose culture amazzoniche e della cultura di Halaf, tra le altre – il fanciullo inizierà a concepire, con l’aiuto degli adulti, che non avere un pene non significa non avere un sesso, ma avere un sesso diversamente configurato, che per di più nessuno vuole portagli via il suo organo, che la configurazione dell’altro sesso rende possibile la procreazione, e che infine nessuno ha il potere di fare bambini da solo perché tutti noi, fanciulli e fanciulle, uomini e donne, siamo carenti in questo senso, dal punto di vista della convinzione di onnipotenza infantile

È un duro lavoro psichico, un’iniziazione narcisistica, come si dice in psicanalisi, che vale mutatis mutandis per le fanciulle. Nel caso in cui questo lavoro venga completato, l’onnipotenza viene riconosciuta come inesistente. La nostalgia per la sua esistenza appare, e può essere condivisa con tutti coloro che hanno fatto lo stesso lavoro. Ciò significa riconoscersi come esseri umani, privi del senso della convinzione infantile, limitati, mortali (non è necessario uccidersi a vicenda!), e condividere il poco potere di cui ciascuno dispone effettivamente. Questo lavoro psichico individuale e collettivo è necessario affinché un gruppo si evolva simbolicamente, capace di condividere l’autorità tra tutti i suoi membri, e senza il rischio di vedere comparire un mad scientist, né una scissione; permette anche l’accesso a una raffinata sessualità genitale adulta, dove la mancanza di completezza di ciascuno secondo la teoria infantile è il fondamento delle relazioni.

La nostra società è lontana anni luci da una tale elaborazione. La genesi di uno mad scientist è banale, come dimostra Mary Shelley. Aziende come la Monsanto, l’Areva e altre multinazionali che producono nanotecnologie sono popolate da veri e propri mad scientists. Si tratta di persone che utilizzano le difese più immediate e comuni nella nostra cultura, contro il riconoscimento dell’alterità dei sessi, e per il mantenimento della convinzione dell’esistenza dell’onnipotenza. Queste difese sono la negazione già evidenziata con i suoi correlati, la divisione e l’idealizzazione.

3. L’eziologia secondo Mary Shelley

Mary Shelley evidenzia brillantemente questi processi: lascia che sia Frankenstein a raccontare la sua storia da prima di nascere. Ora, tutta la vita sociale evocata, compreso il matrimonio dei genitori, dipende da un unico parametro, la ricchezza che si possiede o meno. Inoltre, la quantità di ciò che si possiede determina la qualità di ciò che si è. Il fiore all’occhiello della descrizione della negazione dell’alterità dei sessi, con la divisione e l’idealizzazione, è forse il racconto del rapporto con la sorellina, Elisabeth. Frankenstein e sua madre non la trovano in un campo di cavoli ma, molto meglio, in una famiglia povera i cui membri sono tutti trasandati e quasi inesistenti, tranne Elisabeth, che è, ovviamente, un’orfana di ricche origini borghesi, persino aristocratiche.

Divisione e idealizzazione in atto. La madre e il figlio scoprono la suddetta sorellina in assenza del padre, va da sé: la negazione dell’alterità dei sessi. È solo un po’ più giovane di Frankenstein, che all’epoca ha cinque anni; in linea con l’idea che i bambini si fanno dell’arrivo di un fratellino o di una sorellina: sarà un compagno di giochi e non un neonato noioso. Alla fine, la madre di Frankenstein gli dice expressis verbis che gli sta regalando una sorellina. L’onnipotenza fallica è transitiva. (Il tema ripetitivo dell’incesto non è studiato intenzionalmente; si inserisce nel resto del quadro e ne scaturisce, piuttosto che fondarsi su di esso).

La vita di Frankenstein, prima di partire per Ingolstadt per fare un figlio da solo, continua in un sistema di negazione, di divisione e di idealizzazione. Mary Shelley “mette i puntini sulle i” in un certo senso, quando gli fa dire in una breve frase che aveva un fratello di sette anni più giovane. Non solo il nome del fratello non viene menzionato, ma scompare immediatamente nell’oblio della divisione: lì viene sterminato. Sentiremo parlare molto più tardi di due fratelli minori di Frankenstein, perché uno di loro è stato assassinato di nuovo, questa volta dalla creatura.

Naturalmente, gli esseri dotati di onnipotenza, la madre, la sorella e l’amico sono ideali, senza il minimo difetto, e con loro non può esserci alcun conflitto. La divisione e l’idealizzazione implicano una visione del mondo in bianco e nero, in buono e cattivo, ecc. Non ci sono somiglianze. Ci sono dei sé onnipotenti, fallaci, e altri sé inesistenti, non fallaci che non sono realmente umani e nei confronti dei quali tutto è permesso.

Nell’adolescenza non ci può essere alcuna questione di sessualità genitale: ciò presupporrebbe l’esistenza dell’alterità dei sessi. Da qui, la ricerca di Frankenstein “di scoprire il segreto della generazione e della vita7”, che risulta comica per il lettore, data la negazione dell’alterità dei sessi e della procreazione sessuale, che deve essere perfezionata più volte.

I mad scientists, immaginari o reali, sono in effetti animati dalla passione d’ignoranza. Passione d’ignorare la realtà della nostra condizione umana, con tutte le sue imitazioni, compresa l’alterità dei sessi e la mortalità. Una parte di loro, divisa, ha riconosciuto la realtà e li rendi servi della negazione, mai acquisita. Questa è una delle ragioni del legame intrinseco tra la convinzione di onnipotenza e la ripetizione di omicidi di massa. La convinzione di onnipotenza non è più stabile della negazione dell’alterità dei sessi – questi sono i due aspetti fondamentali della stessa posizione psichica. Gli omicidi dovrebbero dimostrare l’onnipotenza, ma non lo fanno mai, se non altro perché riportano gli assassini alla loro mortalità. Da qui, la loro ripetizione infinita8.

Senza entrare in tutte le sottigliezze del racconto di Mary Shelley, ecco un ultimo dettaglio, molto accurato dal punto di vista psicanalitico. Frankenstein sposa Elisabeth, sapendo di essere inseguito dalla sua creatura. La prima notte di nozze lascia la giovane donna da sola nella camera da letto degli sposi con il pretesto di proteggerla e di inseguire il mostro. Il mostro raggiunge Elisabeth, di cui Frankenstein sente le urla. Una classica concezione sadica dell’atto sessuale, coerente con il resto del quadro.

Più che un doppio in senso stretto, la creatura è una parte scissa del personaggio. È portatrice di tutti i conflitti con le persone amate che sono stati repressi e che, in mancanza di elaborazione, sono crudi desideri di morte. Naturalmente, la creatura raggiunge anche l’onnipotenza, non solo nell’uccidere, ma anche nelle sue dimensioni gigantesche e nelle sue straordinarie abilità fisiche.

Se immaginiamo che Frankenstein è un bambino tra i tre e i cinque anni, ha desideri, rappresentazioni e immaginazioni classiche, e la creatura è un adulto visto da un bambino tra i tre e i cinque anni. Di fatto, Frankenstein è la psiche di un bambino nel corpo di un adulto. Mary Shelley ha ragione: il mad scientist immaginario e i mad scientists reali sono una forma possibile di regressione psichica, indotta dalla nostra cultura. Se tutti ne soffriamo, almeno non ne soffriamo tutti a tempo pieno, il che è quanto sembra dimostrare l’esistenza di questa ricerca collettiva.

Notes

1 M. Bompard-Porte, Si je t’oublie… ô Babylone… Le meurtre de masse du Néolithique au monde mésopotamien, Paris, L’Harmattan, 2009. Retour au texte

2 I. P. Couliano, Eros et magie à la Renaissance. 1484, Paris, Flammarion, 1984. In nota, l’autrice indica “che le informazioni e le citazioni che seguono sono estratti dalla pagina 291 e seguenti della versione francese dell’opera”. Abbiamo deciso di tradurre le citazioni e le informazioni direttamente dal testo di Bompard-Porte. La versione italiana del libro di Couliano è la seguente: I.P. Culianu, Eros e magia nel Rinascimento. La congiunzione astrologica del 1484, traduzione italiana di Gabriella Ernesti, Torino, Bollati Boringhieri, 2006. Retour au texte

3 P. Chaunu, La Civilisation de l’Europe classique, Paris, Arthaud, 1966, p. 59. [Anche in questo caso, abbiamo tradotto la citazione direttamente dal testo di Bompard-Porte]. Retour au texte

4 “Perfezionare” gli umani e “ottimizzare” la natura fanno parte dei loro obiettivi, mentre i nano-oggetti stanno già “drogando” beni comuni, senza che sia stato condotto il minimo studio di tossicità. La terra intera, compresi gli esseri umani, è il terreno di sperimentazione per questi ingegneri. Sembra che stiamo raggiungendo il massimo nella congiunzione tra il delirio di onnipotenza e l’omicidio di massa – perlomeno il rischio di un omicidio di massa. (Circa il 50 % degli enormi fondi stanziati per la ricerca sulle nanotecnologie sono destinati alla ricerca militare). Cfr. D. Benoit-Browaeys, Le meilleur des nanomondes, Paris, Buchet/Chastel, 2009 [nota dell’autrice]. Retour au texte

5 Per una descrizione e una storia dettagliate, mi permetto di rinviare alla mia ultima opera: M. Bompard-Porte, Si je t’oublie… ô Babylone…, cit. [nota dell’autrice]. Retour au texte

6 S. Freud, Drei Abhandlungen zur sexualen Theorie, Gesammelte Werke V, Berlin, Fischer Verlag, 1905 [nota dell’autrice]. Retour au texte

7 M. W. Shelley, Frankenstein ou le Prométhée moderne, roman traduit de l’anglais par Joe Curvorst, Paris, Le Livre de Poche, 1978, p. 58. [Anche in questo caso, abbiamo tradotto la citazione direttamente dal testo di Bompard-Porte]. Retour au texte

8 Al più tardi nel IX secolo a. C., un grande poeta babilonese, Kabti-Ilâni-Marduk, figlio di Dâbibu, aveva prodotto un’analisi meticolosa, dettagliata e pertinente della dinamica dell’omicidio di massa e della sua ripetizione. Gli assiriologi chiamano il suo testo il “Poema di Erra” (Erra è il dio degli inferi). Una traduzione in francese si trova in J. Bottéro, S. N. Kramer, Lorsque les dieux faisaient l’homme. Mythologie mésopotamienne, Paris, Gallimard, 1989. Un commentario esteso si trova invece in M. Bompard-Porte, Si je t’oublie… ô Babylone…, cit. [nota dell’autrice]. [La versione italiana del testo di Bottéro e Kramer è la seguente: J. Bottéro, S.N. Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia. Alle origini della mitologia, traduzione italiana di Alessandra Cellerino e Michele Ruffa riveduta da Giovanni Bergamini, Torino, Einaudi, 1997]. Retour au texte

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Référence électronique

Michèle Bompard-Porte, « Genericità dello “scienziato pazzo” », K [En ligne], 14 | 2025, mis en ligne le 08 juillet 2025, consulté le 17 février 2026. URL : http://www.peren-revues.fr/revue-k/1553

Auteur

Michèle Bompard-Porte

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Traducteur

Irene Calabrò

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