Per una filosofia antidialettica della corporeità: Sebastiano Timpanaro a Hiroshima

DOI : 10.54563/revue-k.1565

Résumé

Timpanaro insistently opposed materialism to dialectics, which he understood as a form of resignation to the negative. The importance that the eighteenth-century materialists and the philosophy of Giacomo Leopardi would have assumed in this sense is well known, but may be the experience of the atomic bomb and the comparison with Dario Paccino, through which Timpanaro will come to intuit that materialism does not place a limit only on dialectics, but also on science.

Texte

NATURA. Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio,
finché gli cade in gola da se medesimo. Io sono quella che tu
fuggi.

Giacomo Leopardi

Soffriamo a causa non soltanto dei vivi, ma dei morti. Le mort
saisit le vif!

Karl Marx

A un primo sguardo, il rapporto che la riflessione di Sebastiano Timpanaro intrattiene con la bomba atomica si limita ad approfondire le ragioni della sua avversione nei confronti della dialettica ma non intacca mai lo statuto della verità scientifica. Eppure, nello sviluppo del suo programma teorico mi sembra possibile rintracciare quantomeno uno spostamento d’accento del quale tenterò di ipotizzare la direzione. Come è noto, allora, quel programma si comprende innanzitutto nella prospettiva di un marxismo ripensato alla luce delle riflessioni sulla natura di Giacomo Leopardi. Timpanaro lo ha ribadito più volte, chiarendo però di non aver mai voluto intendere che tra Marx e Leopardi si venisse così a creare una consonanza, come se a condurre dall’uno all’altro fosse una linea di sviluppo intertestuale o un dialogo a distanza. Si tratterebbe piuttosto dell’interpolazione di due filosofie diversamente necessarie e del problema costituito dalla necessità di provare a pensarle insieme. La formulazione più esplicita di un tale compito, mi pare, la ritroviamo in una pagina di Antileopardiani e neomoderati nella sinistra italiana (1982) nella quale Timpanaro spiega: “Leopardi (e non solo Leopardi) mi ha appassionato anzitutto per ciò che non c’è in Marx né in altri, ed è tuttavia vero e vivo”. Verità e vita, aggiunge, che possono contribuire a trattenere il marxismo da una regressione “verso posizioni antropocentriche, verso una concezione del corso storico troppo provvidenzialistica (sia pure di un provvidenzialismo tutto immanente alla storia umana), verso gli opposti pericoli del sociologismo piatto e dell’irrazionalismo” (Timpanaro, 1982, p. 196). Ma se da un lato lo studio di Leopardi consente a Timpanaro di precisare quali sono i termini della propria adesione al marxismo, dall’altro mi pare possibile sostenere che l’esigenza di una tale precisazione scaturisca altrove. Un’indicazione in questo senso la potremmo ricavare da un passaggio apparentemente secondario di una breve ma intensissima riflessione autobiografica del 1989 intitolata Il Verde e il Rosso, dove a un certo punto Timpanaro scrive: “La lettura di Leopardi mi trovò quindi già predisposto all’adesione al suo materialismo e al suo pessimismo” (Timpanaro, 2001, p. 186). Pur rappresentando un momento decisivo, allora, l’incontro con Leopardi è da considerarsi successivo a una serie di circostanze che avevano già imposto al materialismo storico di Timpanaro un carattere eccentrico e che nelle stesse pagine vengono inequivocabilmente ricondotte all’elaborazione di un’esperienza molto precisa: i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Esperienza controversa, peraltro, che soltanto negli anni assume la concretezza di una frattura ideologica oltre la quale non sarà più possibile reiterare “gli effetti di un marxismo scolasticamente e schematicamente appreso”, tanto più che potrebbe essere lo stesso Marx a non risultare d’aiuto per comprendere cosa accade “di fronte a un’arma capace non solo di produrre terribili stragi, ma di compromettere l’avvenire stesso dell’umanità” (p. 182).

Ma in un primo momento Timpanaro confessa di aver inteso la bomba in modo diverso, come uno spaventoso messaggio inviato dagli Stati Uniti all’Unione Sovietica, per poi trasformarla in un’entità ancora più idealistica lasciandosi condizionare dalla tendenza della “sinistra italiana e internazionale” a considerarla “un’arma utile a tutta l’alleanza antifascista per piegare subito il Giappone” (p. 181). Anche in lui come in molti altri, suppone, dovette insinuarsi il timore di apparire ostili al progresso, ma di un progresso del quale nemmeno gli scienziati conoscevano ancora la reale portata, dando luogo a una sfasatura tra lo sviluppo tecnologico e la possibilità di comprenderne o anche solo immaginarne le conseguenze che per molti versi farebbe pensare alle riflessioni sulla bomba di Günther Anders. Solo “nel corso degli anni Cinquanta”, allora, Timpanaro identifica la minaccia nucleare con una variante capitalistica della fine naturale del mondo, la quale può finalmente contribuire a dirozzare il suo precedente “materialismo pessimistico, certo ancora tendenziale e confuso”, ma già animato dall’urgenza di misurarsi con “la fragilità non solo dell’essere umano singolo, ma anche, alla lunga, di tutta la specie” (pp. 185-186), predisponendolo agli ulteriori usi che della lezione di Leopardi riterrà poi di poter fare. In una lettera a Cesare Cases dell’agosto 1958, così, l’intenzione di Timpanaro è già quella di rivendicare una filosofia della negazione “eminentemente antidialettica” che rinunci alla pretesa (provvidenzialistica) di sussumere la distruzione al movimento del pensiero e della storia umana (Cases e Timpanaro, 2015, p. 36), enucleando una delle obiezioni fondamentali che a partire dal 1966, con la pubblicazione sui “Quaderni piacentini” dell’articolo intitolato Considerazioni sul materialismo, muoverà pubblicamente “a tutto l’odierno marxismo occidentale (con rarissime eccezioni)” (Timpanaro, 1970, p. 1).

In estrema sintesi, infatti, il problema che allora porrà Timpanaro sarà quello di una precedenza “del livello fisico sul biologico e del biologico sull’economico-sociale e culturale” che pregiudica qualunque tentativo di ridurre la negatività della materia (o il suo imporsi quale oggetto di conoscenza ed esperienza) a una funzione derivata come quella dell’attività umana, anche nei termini più dottrinari della prassi (Anderson, 2001, p. 14; Bufarale, 2023). E una tale precedenza andrà compresa “sia nel senso della priorità cronologica (il lunghissimo tempo trascorso prima che la vita apparisse sulla terra, e dall’origine della vita all’origine dell’uomo), sia nel senso del condizionamento che tuttora la natura esercita sull’uomo e continuerà a esercitare almeno in un futuro prevedibile” (Timpanaro, 1970, p. 7). Alla matrice chiaramente settecentesca di questa precedenza, allora, potremmo far corrispondere il principio per il quale “l’universo è una causa, non un effetto”, una frase di Holbach che lo stesso Timpanaro non mancherà di sottolineare nella sua introduzione del 1985 a Il buon senso (Holbach, 1985, p. 30; Timpanaro, 1985, p. XXVII). Ed è in quelle stesse pagine che al magistero di Holbach viene attribuito il merito di aver stabilito che “il movimento, l’energia sono coessenziali alla materia”, che non vengono “trasmessi a una materia inerte da un agente spirituale” (p. XI), proprio come la materia alla quale fa riferimento Timpanaro nelle Considerazioni sul materialismo è qualcosa “che noi non poniamo, ma che ci si impone”, vale a dire un dato che non “si può in alcun modo riassorbire […] facendone un mero momento negativo dell’attività del soggetto” (Timpanaro, 1970, p. 8), il quale risulterà pertanto coinvolto in un rapporto con la natura che agisce su di lui e gli riserva un ruolo passivo (Righi, 2014). Certo, aggiunge Timpanaro, lo sviluppo storico e sociale dell’attività umana ha sicuramente trasformato i modi di sentire, tanto che nell’individuo di oggi sarebbe inutile cercare qualcosa di “puramente naturale”, ma rimangono alcuni ambiti che le forme di vita associata non hanno del tutto sovvertito. In altre parole, si può correttamente stabilire che il “biologico” viene sempre mediato dal “sociale”, ma ciò non toglie che a venir mediato sia qualcosa di irriducibile all’attività che ne ha fatto il proprio oggetto di mediazione. Sostenere il contrario, infatti, sarebbe come dire che “siccome ogni realtà (compresa quella economico-sociale) è conoscibile solo attraverso il linguaggio (o attraverso il pensiero pensante), il linguaggio (o il pensiero pensante) è l’unica realtà e tutto il resto è astrazione” (Timpanaro, 1970, p. 22). Trascurando il “lato passivo” della condizione umana si commetterebbe allora lo stesso errore, senza riconoscere che “l’uomo entra in rapporto con la natura anche attraverso l’ereditarietà e, più ancora, attraverso gli innumerevoli altri influssi dell’ambiente naturale sul suo corpo” (p. 17). Insomma, come Timpanaro riterrà di aver appreso ancora una volta da Holbach, “non c’è pensiero che non sia preceduto, magari non immediatamente, da stimoli esterni, non c’è conoscenza senza un aspetto di passività. L’autocoscienza stessa, la certezza della mia esistenza non può essermi data che da movimenti, da processi che si svolgono nel mio corpo e sono sollecitati dall’esterno del mio corpo” (Timpanaro, 18ì985, p. XXXVIII).

Ma come si posiziona il marxismo in rapporto a questa filosofia della precedenza “antidialettica” della natura e del corpo? La si potrebbe considerare la domanda centrale delle Considerazioni sul materialismo, ma proprio per questo mi pare interessante notare come le risposte di Timpanaro si limitino spesso a parafrasare alcune riflessioni che lui stesso aveva già elaborato nel capitolo dedicato a Leopardi in Classicismo e illuminismo nell’Ottocento italiano (1965). Scrive adesso Timpanaro:

Se si considera essenziale al materialismo la critica dell’antropocentrismo e la sottolineatura del condizionamento che la natura esercita sull’uomo, bisogna dire che il marxismo, specialmente nella sua prima fase (fino all’Ideologia tedesca inclusa), non è propriamente materialismo. La natura fisica e biologica non è certo negata in Marx, ma costituisce piuttosto un antefatto preistorico della storia umana che una realtà che tuttora limita e condiziona l’uomo. Da quando l’uomo ha cominciato a lavorare e produrre, pare che egli entri in rapporto con la natura (secondo un famoso passo dell’Ideologia tedesca) soltanto attraverso il lavoro” (Timpanaro, 1970, p. 16).

E un anno prima, in Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi:

Per il marxista, la forza condizionatrice della natura sull’uomo si è esercitata soprattutto ai primordi dell’umanità, in una specie di prologo o di antefatto preistorico: da quando l’uomo ha cominciato a lavorare e produrre, la natura avrebbe cominciato a ridursi (e sempre più si ridurrebbe in futuro) a mero oggetto di attività umana […]. Per il Leopardi la natura conserva anche di fronte all’uomo civilizzato tutta la sua formidabile forza logoratrice e distruttrice (Timpanaro, 19692, p. 182).

Ma se anche la natura non si può considerare solamente un “antefatto storico”, bisognerà coglierne la persistenza senza concedere nulla all’idea di una condizione umana metafisica e indipendente dalla storia. E’ quanto Timpanaro tenta di fare con il riferimento paradigmatico “a quei dati costanti […] che sono l’impulso sessuale, l’indebolimento (con le relative ripercussioni psicologiche) prodotto dalla vecchiezza, la paura della morte propria e il dolore per la morte altrui” (Timpanaro, 1970, p. 29), che pur rimanendo storicamente e socialmente mediati, mantengono un tratto di generalità del quale è necessario riconoscere lo statuto. Perché, spiega,

L’“uomo in generale” come noi lo intendiamo – che è, poi, tutt’uno con l’uomo naturale – non è l’“uomo’ eterno”: tanto è vero che ha avuto un’origine e avrà una fine (o una trasformazione per evoluzione darwiniana). Pur non essendo affatto eterni quegli aspetti sono però diuturni, cioè dotati, relativamente all’esistenza della specie umana, di molto maggiore stabilità che i caratteri storico-sociali (p. 30).

Anche in questo caso le Considerazioni sul materialismo contraggono un debito significativo con il saggio sul pensiero di Leopardi, dove Timpanaro aveva già affermato il medesimo principio:

La polemica storicistica contro l’“uomo in generale” è giusta e necessaria nei riguardi delle arbitrarie generalizzazioni di caratteristiche storico-sociali, culturali, psicologiche che sono in realtà peculiari di una data epoca. Non è certo propria dell’umanità in generale la divisione in sfruttati e sfruttatori, né la proprietà privata, né la fede in una divinità, per non parlare di istituzioni e di abiti mentali e affettivi ancor più ristretti nel tempo e nello spazio. Ma per ciò che riguarda l’uomo come essere naturale, biologico, il discorso è ben diverso. Ora il pessimismo del Leopardi, nella sua seconda e più matura fase, trae origine appunto dalla constatazione di certi dati fondamentali della vita fisica dell’uomo (“vecchiezza e morte”) che sono in contrasto con quella aspirazione alla felicità che è, anch’essa, una tendenza “naturale” dell’uomo. Il Leopardi non ignora affatto che anche la natura ha la sua storicità […], ma sa che è una storicità di ritmo incomparabilmente più lento, di carattere meccanico e inconsapevole, a cui non si può attribuire alcun teleologismo o provvidenzialismo” (Timpanaro, 19692, pp. 178-179).

La necessità di pensare insieme Marx e Leopardi, allora, si traduce nell’obiettivo più specifico di “trovare la saldatura e insieme la differenziazione delle due storicità”, un’esigenza alla quale, secondo Timpanaro, avrebbe provveduto Engels con l’Origine della famiglia, la Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia e alcune “esposizioni generali del marxismo” (Timpanaro, 1970, pp. 18 e 71-72). Nonostante la sua ammirazione per Darwin, infatti, la stessa che nel 1867 lo spinse a premettere che con il primo libro de Il capitale aveva inteso comprendere lo sviluppo della formazione economica come un processo di storia naturale, Marx si sarebbe occupato in modo tanto esclusivo di economia politica da non esplicitare mai “una nuova concezione del rapporto uomo-natura, pienamente sostitutiva rispetto a quella delineata negli scritti giovanili” (p. 17). Lo avrebbe fatto Engels, invece, che nel tentativo di “non risolvere il marxismo in un positivismo” commette senz’altro l’errore di estendere ai fenomeni naturali alcuni principi della logica hegeliana come la negazione della negazione o la conversione della quantità in qualità, ma al quale va comunque riconosciuto il merito di aver sentito “molto più di Marx la necessità di tener conto delle scienze della natura, di saldare il materialismo storico […] col materialismo fisico-biologico, tanto più nel momento in cui Darwin aveva definitivamente aperto la strada a una considerazione storica della natura stessa” (p. 5).

Nel 1970, quando il saggio viene ripubblicato, mi pare di poter sospettare che siano proprio queste ultime parole di Timpanaro a suscitare le perplessità di un lettore di eccezione come Dario Paccino (Avallone e Paccino, 2024), il quale gli scrive una lettera che purtroppo è andata perduta1. Il 12 marzo 1971, infatti, Timpanaro risponde:

Lei ha perfettamente ragione di osservare che se per storia si intende informazione culturale, non c’è storia prima dell’uomo. Bisognerà allora formulare in modo diverso quella mia asserzione, e dire, per es., che Darwin ha scoperto la “diacronicità” della natura. Fino al primo Ottocento prevale un concetto statico, fissista, della natura come “eterno ciclo”; e le specie animali e vegetali, secondo Linneo, erano state create fin dall’inizio del mondo, nello stesso numero in cui si trovano ancora oggi. Nel corso del secolo XIX (con importanti preannunci già nel XVIII) questa concezione statica è stata infranta, sia in astronomia, sia in paleontologia, sia in biologia. Ed è stata infranta, parallelamente, anche in economia politica, per opera di Marx e di Engels.

Dopodiché Timpanaro sembra ritrattare e al termine “diacronia” preferisce nuovamente quello di “storia”. Perché, dice,

Ridurre il concetto di storia all’informazione culturale mi sembra pericoloso, poiché, messici su questa strada, verrà un filosofo idealista a dirci che anche nella storia umana tutto ciò che è inconscio, non programmato, non è veramente “storico”, e a chiederci di restringere ulteriormente il concetto di storia, includendovi soltanto la storia del Pensiero cosciente, ed escludendone, tanto per cominciare, i fatti economico-sociali, e anche quelli linguistici.

Un passaggio come quello da ruptus a rotto, per esempio, è avvenuto in modo molto lento e graduale senza richiedere l’intervento di nessun “pensiero autocosciente” e per proteggere la concezione materialistica della storia dall’idealismo, pertanto, bisognerà includervi tutte le trasformazioni altrettanto irriflesse, che vanno dall’informazione genetica a tutto “ciò che ha preceduto l’origine della vita”. E infine, conclude Timpanaro, sarà ugualmente necessario che “all’interno della storia così largamente concepita”, si sappiano distinguere “i vari livelli, i diversi ritmi di sviluppo e modi di trasmissione, e così via: altrimenti si cadrebbe (ma io spero di non esservi caduto) nel darwinismo sociale, nel biologismo ecc.”. Una delle grandezze che lui stesso aveva già attribuito a Engels, d’altronde, era proprio quella della determinazione con la quale, nel secondo capitolo dell’Origine della famiglia, respingeva “ogni tentativo di presentare le istituzioni umane come pure prosecuzioni di ‘istituzioni’ animali” (Timpanaro, 1970, p. 71). Ma nel saggio del 1969, come abbiamo visto, Engels era colui che da un tale rifiuto desumeva la necessità di comprendere quale fosse “la saldatura tra i due mondi” e i loro ritmi (Quintili, 2003, pp. 179-181), mentre adesso “i vari livelli, i diversi ritmi di sviluppo e modi di trasmissioni” lascerebbero supporre che al sistema duale adottato in precedenza ne sia subentrato un altro che non si accontenta più articolare la storicità del “biologico” a quella del “sociale”, ma le fa esplodere nella compresenza di varie temporalità disomogenee e diversamente articolate.

In ogni caso, la saldatura non può che presentarsi in forma di tensione o di contraddizione, di qualcosa che l’individuo patisce, perché anche la moltiplicazione delle storicità la farebbe eventualmente aumentare di numero, appunto, ma senza modificarne la dinamica. “Non solo i rapporti sociali tra gli uomini – scrive Timpanaro – ma anche i rapporti tra gli uomini e la natura danno impulso alla riflessione scientifico-filosofica e all’espressione artistica” (Timpanaro, 1970, p. 26). Il significato e la pertinenza al nostro discorso di questo passaggio, mi pare, si può comprendere ancora una volta alla luce della derivazione di alcuni snodi cruciali delle Considerazioni sul materialismo dal capitolo di Classici e illuministi dedicato al pensiero di Leopardi, dove Timpanaro aveva infatti scritto:

Come certe esperienze personali di rapporti di lavoro sviluppano nel proletariato una consapevolezza particolarmente intensa del carattere classista della società capitalista (quel “senso di classe” così difficile da acquisire per l’uomo di sinistra di origine non proletaria), così la malattia contribuì potentemente a richiamare l’attenzione del Leopardi sul rapporto uomo-natura. […] Partendo da quell’esperienza soggettiva il Leopardi arrivò a una rappresentazione del rapporto uomo-natura che esclude ogni scappatoia religiosa (sia nel senso delle religioni tradizionali, sia in quello dei miti umanistici) e che, per il fatto di essere personalmente sofferta e artisticamente trasfigurata, non perde nulla della sua “scientificità” (Timpanaro, 19692, p. 157).

Se l’esperienza di chi patisce i rapporti di lavoro o la malattia non si deve considerare come “una reazione emotiva che cadrebbe fuori della scienza” (Timpanaro, 1970, p. 48), ma un impulso fondamentale alla riflessione scientifico-filosofica, è proprio perché le differenti storicità delle quali sarà opportuno comprendere “i vari livelli, i diversi ritmi di sviluppo e modi di trasmissioni” vengono innanzitutto articolate dai limiti che la società e la natura pongono in modo specifico alla costituzione di qualunque soggetto, molto prima che le loro modalità di “saldatura” si traducano in un problema di carattere più generale (Dombroski, 1983, pp. 318-319). E’ ancora nei termini della precedenza innanzitutto del corpo (Iorio Giannoli, 2003, p. 158; Finelli, 2013) e nel frattempo della storia, dell’evoluzione e direi quasi del cosmo (Geue, 2025, p. 134) che Timpanaro continua a qualificare tanto la materia sociale, per dir così, quando la materia naturale, considerandole entrambe oggetto di una scienza costitutivamente refrattaria all’incorporazione del negativo, sia in chiave dialettica che in chiave positivista, proprio perché il negativo è ciò che ne limita la possibilità di azione e non un limite che si può idealisticamente illudere di superare. Infatti,

Se la fisica ha svolto nel Novecento una funzione primaria di incubatrice dell’idealismo e del metodologismo [...], molto più tenacemente materialistiche hanno continuato a dimostrarsi le scienze biologiche e, in modo particolare, le scienze storiche della natura, dalla geologia alla paleontologia alla biologia evoluzionistica, le quali pongono direttamente il problema della tarda comparsa dell’uomo sulla terra e quindi del lunghissimo periodo di tempo in cui è esistito – per esprimerci con voluta e opportuna rozzezza – l’oggetto senza il soggetto (Timpanaro, 1970, p. 12).

A queste condizioni, allora, Timpanaro sottolinea che anche “i risultati di verità obiettiva a cui le scienze sono pervenute” nei secoli del feudalesimo e della borghesia, a patto di non voler negare la “realtà esterna” (p. 25) e dunque di procedere a quella che noi potremmo legittimamente considerare una negazione della negazione, non si possono liquidare come semplice ideologia. In modo ancora più esplicito, ne Il lapsus freudiano (1974) dichiarerà di appartenere a quel genere minore di marxisti “che non ritengono possibile regalare alla borghesia e ai riformisti l’esigenza dell’oggettività scientifica e identificare immediatamente la conoscenza con la prassi, rinunciando così al materialismo” (Timpanaro, 1974, pp. 153-154). Perché mischiata all’ideologia, prosegue, c’è spesso vera scienza,

Scoperta di quella realtà obiettiva che, in quanto obiettiva, è in un certo senso sempre “neutro”, anche se tutt’altro che neutrale è il bisogno pratico che dette impulso a questo e a quel movimento di ricerca, tutt’altro che neutrale non solo l’utilizzazione che del sapere scientifico vogliamo fare noi e vuol fare la borghesia, ma l’organizzazione della ricerca scientifica stessa, il rapporto di partecipazione o di esclusione dei “non addetti ai lavori” (pp. 154-155).

Alla distinzione tra neutro e neutrale bisognerà implicitamente ricondurre anche il caso estremo del “risultato scientificamente giusto” ma “commisto a un’ideologia pessima, o addirittura, in parte, ottenuto grazie a quell’ideologia”, per esprimersi nei termini che Timpanaro utilizza in una lettera a Carlo Ginzburg (Ginzburg – Timpanaro, 2005, p. 339). Ma per l’ennesima volta, l’ultima, occorre constatare che alle medesime conclusioni era già pervenuto nel passaggio di Alcune osservazioni sul pensiero di Leopardi in cui, citando un articolo Antonio La Penna, faceva proprio il principio per il quale “razionalismo e materialismo reazionario, quando hanno portato a una conoscenza più esatta della natura e della storia, quando hanno segnato un progresso scientifico, hanno pur sempre accresciuto le condizioni per una liberazione totale dell’uomo” (Timpanaro, 19692, p. 166).

Un ulteriore motivo di interesse della corrispondenza con Ginzburg, poi, in riferimento al profondo disaccordo che intercorre tra la condanna della magia espressa da Timpanaro con il settimo capitolo di Il lapsus freudiano e le tesi che nel frattempo Ginzburg andava formulando in merito al carattere divinatorio del lavoro dello storico (Pagnini, 2010; Stok, 2010), mi pare rappresentato dalla possibilità di estendere la pertinenza del neutro alle “scienze inesatte”, come le ha già definite Timpanaro in una lettera del 1971, alle quali “appartengono anche la filologia e la storiografia e le stesse scienze biologiche e mediche” (Ginzburg – Timpanaro, 2005, p. 326). Nella lettera del 1° aprile 1975, infatti, in riferimento al caso di una scienza “molto inesatta” ma che rimane pur sempre una “scienza, almeno tendenzialmente”, il neutro sopravvive quale necessità di “norme”, “criteri metodici” e “leggi statistiche” (p. 337) che ribadiscono l’autonomia operativa dell’astrazione nella determinazione del concreto in quanto risultato, per esprimersi con le categorie di Marx alle quali mi pare ragionevole ipotizzare che Timpanaro si stia attenendo2. Ma è nella già citata corrispondenza con Dario Paccino che la definizione dei risultati scientifici in quanto neutri ma non neutrali viene messa più radicalmente alla prova, traducendosi infine nella sola apparizione che la distruzione nucleare, dopo averne alimentato la concezione, tornerà a fare negli scritti sul materialismo quando per Timpanaro si tratterà di aggiungere un poscritto all’edizione inglese.

In particolare, Paccino scrive e Timpanaro il 26 luglio 1979 che dal suo punto di vista tutta la cultura scientifica, al pari di quella umanistica, rimane “pardonale3”. E’ vero che a qualcosa può servire, aggiunge, e che “anche Voltaire, come giustamente rilevi, può essere provvidenziale”, ma più di Voltaire o di Marx o di chiunque altro Paccino avverte la necessità di Ludd, “un compagno che non potè vincere per mancanza di una controscienza da opporre a quella del capitalismo; controscienza che comunque va cercata, se ce ne sarà data la possibilità, se non finirà prima il mondo nella terza guerra mondiale incominciata a Hiroshima il 6 agosto 1945”. In altre parole, in una situazione come quella compromessa dalla bomba, non ha più rilevanza o non esistono più le condizioni storiche in cui si può ancora pensare il neutro della scienza, ma rimane soltanto la possibilità di opporre alla “scienza del padrone” una controscienza non meno di parte. Il 24 agosto, così, Timpanaro risponde a Paccino per ribadire le proprie ragioni, invitandolo a riflettere sull’opportunità di non accusare il passato perché non avrebbe compreso ciò che ancora non poteva oggettivamente comprendere, dal momento che una determinata conoscenza non può che scaturire dalla possibilità di “assistere a certe esperienze”. Se al contrario si dovesse davvero combattere “tutta la scienza che c’è stata finora” come “precorritrice di Hiroshima”, bisognerebbe condannare Galileo e parteggiare per i suoi persecutori e “questo punto di vista – scrive Timpanaro – non mi sento di accettarlo”. Quello che invece continua a condividere è piuttosto “l’odio contro questa scienza”, conclude, un odio che non sembra più lasciare molto margine alla distinzione tra il neutro e il non neutrale, effettivamente, perché della scienza non investe soltanto gli usi ma l’attualità. Come spiega nel proscritto degli stessi mesi a On materialism, d’altrone, gli usi criminali che della scienza sta facendo il capitalismo non possono che dare origine “alla (unilaterale e sbagliata) riduzione della scienza a ideologia” e “chiudere gli occhi su questa realtà – pertanto – e polemizzare contro coloro che negano la neutralità della scienza come se essi fossero semplicemente irrazionalisti fanatici della tenebra medievale equivale a un ‘illuminismo’ nel senso limitato, riduttivo e peggiorativo della parola” (Timpanaro, 2001, p. 131). Certo, il risultato scientificamente corretto si può ancora ottenere anche “grazie” alla peggiore ideologia, come Timpanaro scriverà a Ginzburg, ma la minaccia rappresentata dall’impiego “pacifico” dell’energia atomica, “in modo del tutto indipendente dal pericolo di guerra nucleare” (p. 131), solleva un problema che potrebbe riguardare la scienza nel suo complesso e non soltanto gli appetiti che ne pervertono il nucleo più genuino. Perché anche la fissione e la fusione, una volta ottenute, pongono un’ulteriore cauzione sulla “fragilità biologica” della condizione terrestre che il materialista non si può concedere di eludere. Alla “conoscenza più esatta della natura e della storia”, nel loro caso, non corrisponde più la scoperta di quella realtà obiettiva che, “in quanto obiettiva”, sottende comunque una possibile dinamica di liberazione. Anche la scoperta, anzi, diventa “un tipico esempio di negazione adialettica”, come scriverà Timpanaro nel 1997 a proposito della fine naturale del mondo, “o di quelle che vorrei chiamare ‘perdite secche’” (Timpanaro, 1997, p. XII; Mordenti, 2003, p. 87; Quintili, 2013; Sighinolfi, 2025). Forse vale allora la pena prendere molto sul serio il passaggio della prefazione a I colonnelli verdi in cui Timpanaro dichiarerà di considerarsi, “in fatto di ecologia indissolubilmente collegata con la politica, uno che ha imparato tutto da Dario Paccino e non gli ha insegnato niente” (Timpanaro, 2001, p. 193), perché quella che adesso darebbe l’impressione di insinuarsi nel suo materialismo, anche attraverso il confronto con Dario Paccino, è una concezione più tragica della scienza che pur non venendo mai del tutto esplicitata sembra finalmente concludere il lavoro di predisposizione a una certa lettura di Leopardi che l’esperienza bomba aveva già cominciato a fare nei primi anni Cinquanta.

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Notes

1 La corrispondenza tra Sebastiano Timpanaro e Dario Paccino è conservata presso il Fondo Sebastiano Timpanaro Jr. della Biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa (Scatola 24). Ringrazio il personale della biblioteca e la dottoressa Barbara Allegranti che mi hanno molto scrupolosamente agevolato nel lavoro di consultazione. Nel frattempo, però, è intervenuta la necessità di un ringraziamento ancora più caloroso a Sirio Paccino, che oltre a mettermi a disposizione l’intero carteggio tra suo padre e Sebastiano Timpanaro, consentendomi peraltro di constatare che presso il fondo di Pisa mancano almeno tre lettere, ha avuto la generosità di parlarmi della loro amicizia e di anticiparmi che ne dovremo ancora parlare. E quindi grazie di cuore anche a Gennaro Avallone che ci ha messi in contatto. Retour au texte

2 Per ricondurre l’epistemologia di Timpanaro a una tale definizione dei rapporti tra l’astratto e il concreto, è necessario che alla nozione di concreto in quanto risultato venga poi associato il passaggio in cui Marx scrive: “Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come risultato del pensiero che si riassume e si approfondisce in se stesso, e si muove spontaneamente, mentre il metodo di salire dall’astratto al concreto è solo il modo, per il pensiero, di appropriarsi il concreto, di riprodurlo come qualcosa di spiritualmente concreto” (Marx, 1997, p. 27). Anche in riferimento a Timpanaro, infatti, si può senz’altro stabilire che “il soggetto reale rimane, sia prima che dopo, saldo nella sua autonomia fuori della mente” (p. 28), mentre mi pare che il punto di rottura si debba individuare nella frase immediatamente successiva, laddove Marx scrive che l’autonomia di ciò che sussiste fuori dalla mente rimane tale “fino a che, almeno, la mente si comporta solo speculativamente, solo teoricamente”, alludendo quindi al momento in cui, attraverso la prassi, l’interno e l’esterno della mente si rovescerebbero l’uno nell’altro. Al contrario, per Timpanaro l’esteriorità e il condizionamento della negazione antidialettica non vengono mai meno e anche la prassi, di conseguenza, non può prescindere da un “lato passivo”. Retour au texte

3 Anche per le citazioni che seguono faccio riferimento alla ricerca d’archivio già segnalata nella nota 1. Retour au texte

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Référence électronique

Pierpaolo Ascari, « Per una filosofia antidialettica della corporeità: Sebastiano Timpanaro a Hiroshima », K [En ligne], 14 | 2025, mis en ligne le 08 juillet 2025, consulté le 15 janvier 2026. URL : http://www.peren-revues.fr/revue-k/1565

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Pierpaolo Ascari

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