Differenza inaddomesticata. La “funzione guerriera” nel pensiero femminista di Angela Putino

DOI : 10.54563/revue-k.1764

Plan

Notes de la rédaction

Questo testo costituisce una revisione dell’articolo dal titolo Forza materiale e inaddomesticata. La funzione guerriera nel pensiero femminista di Angela Putino pubblicato in “Giornale critico di storia delle idee”, 11/2014, pp. 287-295.

Texte

Il tema della funzione guerriera entra nel pensiero di Angela Putino attraverso la figura di Pentesilea, la regina delle Amazzoni, alla quale la introduce negli anni ’80 Lina Mangiacapre1. Androgina/Amazzone, testo scritto a quattro mani dalle due pensatrici napoletane, propone una lettura femminista dell’episodio dell’incursione delle Amazzoni nella guerra di Troia e dell’incontro tra Pentesilea e Achille. Le autrici non richiamano fonti e dunque non sappiamo se prendono avvio dal racconto di Arctino di Mileto (VIII sec. a.C.), di Quinto Smirneo (III sec. che fa da modello anche per la relazione tra Tancredi e Clorinda in Tasso) o direttamente dalla versione di Heinrich Von Kleist. Del resto non hanno interesse ad essere filologicamente fedeli al mito, ma ne intendono offrire una lettura propria.

Le amazzoni vengono rappresentate in queste pagine come un elemento dirompente che sfugge all’ordine del discorso per aprire un campo inaspettato: “l’arrivo delle Amazzoni spazza via come un fulmine le strategie dei consigli di guerra dei greci e dei troiani”. In Pentesilea arde una “passione che irride quella di questi opposti schieramenti”, la regina delle amazzoni stravolge la linea di combattimento, scardina “i canali sensati dell’ovvio di una guerra, le scelte già costituite, i procedimenti calcolati che offrono nella scelta il binario di una dicotomia”, si incunea tra questi due stati, lei che è regina di una razza di donne guerriere senza stato. Perché Pentesilea e le Amazzoni sono a conoscenza di “un’altra differenza, irriducibile, il loro porsi è di guerriere senza stato”, in loro non è possibile separare la guerriera dalla donna. Togliere la guerriera dalla donna significherebbe piegarla, cancellarla ed è per questa ragione che Pentesilea non può scegliere se schierarsi da una parte o dall’altra, “perché non può vedere riportata la sua città, la sua terra, i suoi riti, la sua gente ad una delle due possibilità̀ della scelta”. Nell’amazzone “la guerra e l’amore come simultaneo divenire” sbilanciano le regole della cattura e questo sbilanciamento, questa estraneità rispetto ai codici sono possibili solo dalla “parte guerriera”, quella parte che mostra un’altra origine e inventa “un movimento creativo, fa irruzione, si pone come potenza di metamorfosi”. La parte guerriera recide i legami degli spazi codificati, degli apparati e si sottrae ai fronteggiamenti: in questo orizzonte l’amore esiste solo come “invenzione in una velocità”. La battaglia, i prigionieri, la festa delle rose, l’incontro amoroso, la partenza: sono tutti riti vissuti in un ritmo continuo di avvicinamento e allontanamento che sfuggono in questo modo ad ogni cattura in funzioni costituite. Così le donne guerriere esprimono gli amori: “il loro movimento non è il rovesciarsi nel ruolo maschile; la loro preda è rivestita di leggerezza, sottratta alla gravità del ruolo”. L’amore esiste in uno spazio-tempo inventato da loro, le Amazzoni, “asimmetrico rispetto ai due poli sessuati che dispiegano già un sistema come imbrigliamento”.

Le Amazzoni esprimono il loro irriducibile in quanto donne secondo un “modo guerriero di dirsi”, senza mai subordinarlo ad altro e provenendo da un altrove. Perciò, solo nella loro città e nei loro riti inventati secondo una funzione guerriera, la sessualità può sfuggire ad una polarità definita. Solo in quanto guerriera Pentesilea esprime l’irriducibile del suo essere donna ed è proprio l’indissolubile legame tra essere donna e guerriera a permetterle di schivare la “schematicità̀ di un’identità sessuale già̀ composta nella scacchiera di un campo”. L’essere guerriera dà velocità al suo essere donna e la memoria di una storia di donne dà a questo essere guerriera una provenienza irriducibile. È per questo motivo che non appena Achille la guarda solo come una donna da amare, prescindendo dalla sua qualità guerriera, e lei gli parla d’amore (credendo che si siano già intrecciati i tempi della guerra e dell’amore, secondo la legge delle Amazzoni) inizia un percorso che la priva di sé stessa: Pentesilea è ormai “presa in una trappola in cui parlare di amore corrisponde a parlare dei due sessi senza via d’uscita per la sua differenza, per la sua irriducibile origine. Come un campo con la scelta obbligata dei Greci e dei Troiani” (Putino, Mangiacapre, 1988, p. 3).

Successivamente la funzione guerriera passerà in Putino per la lettura di Simone Weil, di Dumezil, di Deleuze-Guattari2 per venire continuamente ripresa e risignificata. “Funzione guerriera” è innanzitutto un “metodo” che Putino apprende da Weil: “cominciai a lavorare sulla questione guerriera – dichiara in un’intervista a Conni Capobianco del 1990 – proprio sugli scritti della Weil, come si muoveva in una condizione di metodo” (Capobianco, 1994, p. 121). Un metodo per stare nel pensiero e attraversare il linguaggio senza rinunciare all’irriducibilità dell’essere donne. Un metodo per l’azione politica che tenesse conto del nesso inscindibile tra libertà e necessità. La funzione guerriera è, per Putino, arte del taglio, del separare, recidere legami previsti, aprire campi nuovi, arte che deve essere applicata con precisione e, sempre orientata all’efficacia, deve operare nel presente per avviarne una trasformazione.

1. Inaddomesticato

La questione della posizione di una donna nel linguaggio, nel pensiero, nell’ordine simbolico patriarcale attraversa tutta la produzione di Putino, dai primi scritti, fino all’ultimo volume su Simone Weil in cui, nel capitolo Sulla differenza sessuale, combina il pensiero weiliano sul malheur, la lettura lacaniana del desiderio femminile e i transfiniti cantoriani per proporre una visione originale di come le donne, poste fuori dal “conto per uno”, possano attraversare la miseria e l’abiezione per accedere ad un “postsimbolico” – che non è né un nuovo ordine simbolico femminile, né un ordine presimbolico (sul modello del “semiotico” di Kristeva) – “dove il contabile non è logorato all’interno per un’eccedenza, ma viene esaurito in un cambio di partenza” (Putino, 2006, p. 106). Un cambio di partenza: ecco quello che Putino trova nelle pratiche e teorie femministe orientate alla funzione guerriera e che esprime in alcuni scritti a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Se il potere si intreccia a pratiche da lui distanti per ricomprenderle ogni volta, per riperimetrare il proprio campo in base alle azioni che lo contrastano e riassorbirle, lo “stare in guardia” rispetto alle colonizzazioni da parte del potere rischia di paralizzare ogni movimento. Per avviare un cambio di partenza, occorre per Putino, recidere le colonizzazioni, essere straniere. Decisivo in questo senso è l’oblio come “condizione attiva trasmutante che recide nel pensiero e nella lingua i legami di comodo e di rispettabilità che conferiscono al parlante il potere di parlare” (Putino, 1987c3). Per non essere obbligate a dire, per “non addomesticarsi alla confessione” è necessario che una donna lotti nella “lingua, usandola come punto da colpire e come arma, per far risaltare ciò che, rispetto al linguaggio, non si addomestica: sé stessa” (ib.). L’irriducibile essere donna, Putino lo chiama sin dagli scritti della seconda metà degli anni ’80, l’“inaddomesticato”, una forza, di cui la donna sente la vibrazione, in quanto è vicino alla sua più intima essenza.

Nel corso tenuto presso il Centro Virginia Woolf di Roma su Funzione guerriera e inaddomesticato Putino rileva come l’inaddomesticato sia il proprio punto di partenza, il partire da sé, in una donna esso costituisce la “non tenuta rispetto a delle cose, una condizione prima di estraneità e poi di essere straniera” (Putino, 1992, p. 7). Ma si tratta di un punto di partenza paradossale, perché in qualche modo vi si arriva, non è un’origine pura da cui partire, cui attingere, cui richiamarsi, ma una condizione da raggiungere con esercizio. Occorre innanzitutto rescindere i legami che attribuiscono alle donne una determinata posizione nel simbolico. Occorre tagliare con la “domesticità”, che Putino vede nel piegarsi agli ordini discorsivi, primo tra tutti quello che istituisce la “specie umana” sulla base di partizioni e logiche binarie. Non a caso la prima figura dell’inaddomesticato di Putino richiama la singolarità ed è la “solitaria”. Per essere solitarie, spiega Putino, occorre guardare a sé come a un bene superiore che non può essere barattato con nulla, significa arrestare ogni coinvolgimento nel sociale, rinvia ad un essere fuori che non contraddice le regole, ma punta ad altro, ha una traiettoria diversa. La traiettoria disegnata dalla solitaria è infatti asimmetrica: “va a dire, non va a negare, va a far vuoto non va a colpire”. La singolarità della solitaria tocca l’individualità, ma rimanda ad altro: c’è qualcosa di individuale che non è individuo e un aspetto più ampio che la trascende ma che non riposa in un’ampiezza di collettivo. È una voce singolare che si staglia già quasi come plurale.

Per “trovare radici occorre sradicarsi” (Putino, 1987c). Putino individua una doppia genealogia femminile, una “genealogia di discendenza” dalla propria madre, e una “genealogia di appartenenza” che rappresenta invece la scoperta delle proprie radici ideali. Ideali, specifica Putino, non significa non concrete, ma solo non localizzate in quel “punto puntuale che è l’essere figlie della propria madre” (Putino, 1992, pp. 2-3). La genealogia di appartenenza taglia questo filo per mostrare, attraverso un salto, l’altro filo: quello del passaggio di domanda di conoscenza di sapere da una donna all’altra.

L’inaddomesticato è un taglio che svela, che porta in superficie quello che non era percepibile rimanendo nelle regole assegnate in un ordine già costituito. Ma Putino non propone dell’inaddomesticato una condizione designativa, ma piuttosto un inizio che sia “nel mezzo” e permetta accesso da molti livelli: terra di mezzo, corpi di mezzo, luoghi terzi, luoghi altri rispetto ad un campo già tracciato sulla base delle regole dell’inclusione e dell’esclusione. Anche l’addomesticato e l’inaddomesticato costituiscono modalità di percorrimento che si svolgono nei tempi dell’azione, non fanno mai riferimento a un dato puro che li scandisca in assolutezza: “non ci viene incontro un luogo limpido, essenziale, che abbracci e contenga ciò che è irriducibilmente di segno femminile. Noi andiamo nel mescolato, nell’ibrido” (p. 16).

Putino, qui come altrove, prende le distanze dal sogno di una purezza femminile: di fronte alle contiguità col potere non bisogna bloccarsi coltivando un luogo ideale non concreto. Piuttosto, in quanto guerriere, occorrerà attraversare questa contiguità, muoversi in questo luogo ibrido, per trasformarlo nel proprio segno. Si tratta di un movimento nomadico: punto di partenza per la libertà di una donna è il poter considerare il suo essere staccandolo da alcune qualità femminili, escludendone le determinazioni naturali e familiari. Sciogliere i legami significa per la donna legarsi a sé, riaffermare ciò che è proprio, trovare memoria della differenza cancellata: “Questo abitare con sé e con altre non nasce da uno stanziarsi, da un trovar posto, ma da un assetto nomadico: dislocarsi da certi parametri per avere territorio, depistare per trovar tracce… questa azione continua, questa mobilità è quanto consente radici” (Putino, 1988, p. 10).

L’inaddomesticato è il ritmo della trasformazione, la sua forza non ha niente a che vedere con il dominio, frutto della staticità, ma con “addestramento e selezione4”. Il “contro” dell’inaddomesticato è riferito ad un’irriducibilità che non è simmetrica al potere: ha un preciso valore solo nel proprio territorio che è atopico rispetto all’altro e da questo non localizzabile. È “dicibile solo in una misura di differenza”, il contro è il luogo dove sperimentare l’invalicabile, ciò che è non si lascia addomesticare rispetto alle opinioni e alle strutture correnti. Pentesilea usa un’altra misura, proviene da un luogo estraneo alle partizioni statali, segmenta in maniera imprevista il campo di battaglia inserendo tempi e ritmi che gli sono estranei, percorre, tra gli schieramenti contrapposti dei Greci e dei Troiani, una sua guerra con una mobilità che disorienta gli eserciti e che risulta irragionevole, ma pericolosa per la ragion di stato. La regina delle Amazzoni non rispetta le segnature, inventa manovre inafferrabili, “introduce un’azione di guerra spiccatamente femminile, estranea alla logica dei domini, che spiazza la meccanica delle guerre” (p. 14).

L’inaddomesticato è una forza, ma non la forza weiliana che non conosce misura che, illimitata, fa strage degli umani nei campi di battaglia servendosi del narcisismo e del senso di onnipotenza dell’io. L’inaddomesticato è una forza che segna una direzionalità nella memoria, quando viene intercettata è diretta al futuro, diviene capacità della donna di agire nel suo progetto. Questa forza è perciò esercizio e addestramento, non sforzo volontaristico. La forza è “attività, risalto, capacità di staccarsi o piegare o allontanare altre forze, addestrarsi è fare in modo che queste a lei connesse che la attaccano, possano essere agite”. Non è la forza inclusa nelle forze sociali, ma opera comunque in contesti specifici: Putino rifugge ogni idea di una fuga illusoria dal reale, che va attraversato secondo parametri altri, ma mai perso di vista.

2. L’arte di polemizzare tra donne

L’inaddomesticato potrebbe apparire come una forza individuale o personalistica, ma Putino precisa che singolarità e inaddomesticato sono simultanei alla relazione, non si danno fuori della relazione. Nella relazione tra donne si sperimenta il “lavoro corpo-linguaggio e ciò che fa memoria è ciò che significa questa relazione”. Questo piano segna il profilo di quella che Putino chiama la “terra di mezzo”:

Il corpo, moneta antipatrimoniale, incontrollabile dal sistema dello spirito, estraneo ai dati che pretendono di descrivere e dar valore all’esistenza umana, distante dall’ideale organismo assorbito e assimilato dalle parole, libero dai criteri che forgiano l’universalità, proclama accesso all’universalità essendo lui solo l’unica necessità universale… si diviene corpo parlante e non sognante, con contorni ampi e imprecisi, solo sotto lo sguardo e la parola di un’altra (Putino, 1990, pp. 61-62).

La relazione è decisiva perché il rapporto con un’altra riduce l’eccesso di egotismo a volte presente nelle teorizzazioni e “fa accedere ad una singolarità senza la caduta nei personalismi”. La singolarità “non significa scalzare il rapporto con l’altra donna, significa mettere il massimo della propria attenzione a capire, a voler sapere per riportarsi nel discorso con l’altra”. Ma la funzione guerriera è essenzialmente alleanza, “l’alleanza non è la fazione, è una virtù come movimento del proprio desiderio, la propria necessità che si forgia… l’amicizia di cui parlo è il saper valorizzare la virtù di un’altra. La virtù è affiancata dal complotto; ognuna ha un complotto dentro di sé smuove, in altri momenti il complotto può essere nell’aver terreno” (Capobianco, 1994, pp. 118-119).

Il complotto non è sempre nomade, anche il nomadismo non è un assoluto, a volte deve diventare stanziale per non farsi trovare. Andare verso una persona che dia forza a questo complotto è una condizione di alleanza. Putino non è interessata a parlare genericamente di relazione tra donne, ma di “relazione con alcune donne che portano forza, che permettono di pensare e di portare a termine il proprio complotto” (Putino, 1992, p. 17). Nelle alleanze la funzione guerriera è presente reciprocamente tra le donne, lei lo chiama “fare cosmo”. Essere guerriere non significa avere nemici o nemiche, ma “sapersi raccogliere, indirizzare. La funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze” (p. 15). La condizione polemica tra donne necessita di grande precisione: “scuola di guerra è un incontro di due persone che vanno in lotta, si potrà dire qui sono caduta, qui voglio pensarci, lasciami tempo, ed è relativo il vincere dell’una o dell’altra è importante come si affina il proprio movimento, è la ricerca del proprio stile l’altra te lo può spostare, tu stessa lo capisci meglio” (Capobianco, 1994, p. 124).

Si tratta di un’arte di guerra che è arte di danza, è un’esperienza del modificare fuori della tracotanza della dismisura. L’attenzione sorveglia la dismisura. Nel testo Arte del polemizzare tra donne del 1987 Putino spiega di quali accortezze necessita questo tipo assai speciale di combattimento. Il polemizzare tra donne per essere arte deve innanzitutto basarsi sul profondo senso della dignità propria e dell’altra. Inoltre, poiché la guerra per una donna è nel linguaggio, bisogna fare in modo che questo non si chiuda nei codici, occorre interromperlo, scompaginarlo. Ancora, la guerra tra donne non è guerra alla straniera: “dovremmo saper esser tra noi straniere senza distanze, senza indifferenze e vicine senza identificazioni. Spesso tra donne si vive una fusione senza separazione: una sorta di indiviso” (Putino, 1987).

Questa la principale preoccupazione di Putino: scongiurare, nelle relazioni tra donne, la fusionalità, la simbiosi, l’attaccamento dell’isterica alla madre. Decisivo è tracciare le modalità di una relazione non fusionale, basata sulla lacerazione e la separazione che garantiscono di mantenere la giusta distanza. Questo l’intento di Putino in Amiche mie isteriche, così come nel volume su Weil in cui legge il tema dell’amicizia nella chiave di “un’intima estraneità”. Il taglio guerriero separa, dà misura alla relazione tra donne in modo che questa non diventi una forma di annullamento reciproco, quanto piuttosto di mutuo potenziamento.

La parola tra donne afferma la relazione stessa e chiama il mondo a partire da questa misura, è il “condiviso” tra donne, unica tensione necessaria che dà dignità ad una guerra tra loro. La guerra è per Putino comunicazione del condiviso, perciò è mossa “di guerra ogni taglio, ogni spacco operato nei saperi, ogni cambio di tono, per far risaltare la parola e i modi in cui la relazione si dà”. Diversa dalla guerriera è la donna di esercito che combatte senza avere nelle sue mani la ragione del suo lottare, che non lega il suo destino “alla necessità di un condiviso”, non appartiene alla parola dell’incontro, si muove tenuta da altri fili.

Le guerriere devono saper fare un passo indietro, non stare immobili dove lo schema le situa, non fermarsi ai punti scontati e prevedibili del loro scontro. Fare un passo indietro significa dare spazio al movimento, ritirarsi dall’io, dai propri codici, dall’immagine di sé. Occorre partire dalla propria vulnerabilità, riconoscere le proprie ferite. Putino distingue tra le ferite narcisistiche dell’io, che ci riportano nel perimetro egoico, e quelle che interrompono le significazioni dominanti, hanno una valenza ex-statica, ti tirano fuori da te, “sei come trasferita, tratta fuori, ma sei presente a te, nella prossimità di te” (ib.), fino a scoprire un ritmo che ti è più appropriato. È guerra e danza tra corpi.

3. L’azione non agente di una ragazzina

Il cammino è tracciato dalla ricerca dell’“azione non agente” di Weil, dalla ricerca di un’azione capace di portare il nuovo, di rispondere a un cambio di partenza ma nella concretezza del presente, senza obbedire alle logiche del piccolo io. La forza per Putino è sempre materiale, se la si scorge nel pensiero è perché questo stesso è indirizzato ad una materialità: sposta, sottrae, progetta, guarda all’efficacia o al lasciare inefficaci altre forze. “La materialità è la cavità fertile in cui si modella l’azione” (Putino, 1989, p. 10) che avviene nel mondo, in questo mondo.

La libertà apportatrice di nuovo dell’azione guerriera risulta sempre accompagnata da un’estraneità, si tratta di un’azione impersonale e un’azione è impersonale quando nell’agire non si è legati a nulla, neppure all’azione. In La funzione guerriera nella sua originaria forma femminile Putino cita Herringel, Lo zen e il tiro con l’arco (così come il guerriero Arjuna nella BhagavadGita che cerca la forma pura dell’azione) che mostra che non ci si serve dell’arco per colpire, sforzandosi e legandosi alla volontà e all’intenzione consapevole. Si entra nella sfera dell’arco quando questo si sostituisce all’io e la necessità materiale dell’arma prende il posto di tutte le immaginazioni del soggetto. Il “si impersonale che compare a questo punto sposta via la volontà, l’io è sostituito da un evento impersonale che lo calamita”. Assistiamo ad un divenire arco dell’arciere. “In una zona prossima al vuoto si va dalla parte sorgiva dell’azione, dove essa si inserisce nell’accadere” (Putino, 1994, p. 184).

Ma l’estraneità del guerriero non è totale, egli non vive in un mondo senza vincoli, pur attingendo da un luogo irriducibile alle costrizioni sociali, è impensabile al di fuori di queste. Non esiste un luogo altro che venga prima ed escluda sistemi organizzativi. L’organismo degli apparati coesiste con l’invenzione guerriera e tra l’uno e l’altro avviene continuamente una messa in opera di “modalità di scambio, di fuga, di riduzioni”.

Putino mette in luce come la funzione guerriera presenti una forma originaria declinata al femminile, dimostrata dalla strana circolazione dei guerrieri maschi con il femminile (il peplo di Eracle, gli ornamenti di Arjuna…). Distingue sotto quest’aspetto guerriero e soldato: il soldato della città non muove a nessun transito con l’altro genere, ad ognuno dei due sessi un ruolo inamovibile, sistema binario cittadino: agli uomini la guerra negli eserciti, alle donne i figli nel matrimonio. Invece il guerriero

È per sua natura, per il compito che ha, estraneo al sistema binario. Lui che può essere afferrato da un divenire arco, che ha dalla sua parte tutte le molteplicità delle raffigurazioni animali, non può funzionare secondo quelle designazioni del divenire che sono gli statuti impressi nella identità del proprio sesso. Il problema è appunto quello di una forma duale e non binaria della differenza tra i sessi: una non comparabilità, una non riducibilità, una radicalità che non indichi l’Altro, ma un altro divenire, un’altra invenzione, un altro destino (p. 185).

Se solo una forma duale e non binaria della differenza dei sessi può rendere conto dell’irriducibilità dell’essere donna, l’originaria forma della funzione guerriera può essere accostata alla donna prima che sia entrata nella logica binaria: è la donna adolescente che incrocia il guerriero, è la giovane donna il segmento vivente che mette in moto l’eroe. È sulla ragazza che i diversi gruppi sociali esercitano la loro pressione imbrigliandone il divenire in un organismo atto a designare un polo in un sistema binario di differenze.

Insomma per Putino dove c’è un guerriero c’è anche un Amazzone, e un legame strettissimo lega l’adolescente, i suoi desideri e la funzione guerriera. L’azione guerriera è inventiva, porta il nuovo: è il luogo delle risorse e delle capacità, delle virtù femminili che non compaiono perché il sociale ne fa a meno, ma che costituiscono una sorgente profonda. Per ritrovare sia la funzione guerriera che le Amazzoni occorrerà spostarsi in un “fuori” che è tale non per contrapposizione ad un dentro, ma in quanto “svuota i centri, elude gli inizi e comincia dal mezzo”. L’adolescente, la ragazza, ritorna anche in uno degli ultimi saggi di Putino, nella veste di Antigone “fulgida ragazzina (pais) che fin dall’inizio della tragedia di Sofocle, impedisce di mettere le cose a posto, non tranquillizza, non accetta e, nel finale, non consente nemmeno una risoluzione” (Putino, [1997] 2011, p. 139). Antigone, portatrice di un eros impersonale verso il padre errante, si erge contro il potere con una negazione pura, oppone alla certezza del contenuto solo la certezza di un desiderio.

La forma femminile della funzione guerriera non è fondamento, ma concatenamento, precipitazione di elementi eterogenei di intensità che muovendo dalla donna adolescente ed investono il guerriero. Pentesilea sconvolge la linea di combattimento, non accetta i canali sensati dell’ovvio di una guerra, le scelte già costituite, i procedimenti calcolati che offrono nella scelta il binario della dicotomia.

Alla base dell’azione imprevista fuori dalle scelte già disposte non c’è il piano della reazione ma quello della velocità, del desiderio, dell’azione, dei concatenamenti. Questo sbilanciamento, questa esteriorità al codificato sono possibili solo da parte guerriera, da quella parte che mostrando altra origine inventa un movimento creativo, fa irruzione, si pone come potenza di metamorfosi. Stacca, scioglie, recide i legami degli spazi codificati, degli apparati. La funzione guerriera è legata al presente, sa che tutto ciò che si pone per necessità e libertà proviene dal momento presente.

4. L’apocalisse della differenza

La “separazione”, gesto inaugurale del femminismo radicale, viene letta da Putino come una mossa della funzione guerriera, un esercizio per trovare una propria misura, per rompere con le radici date e trovare radici proprie, come le Amazzoni che attraversano il campo che divide Greci e Troiani, rimandando ad una misura altra, ad un fuori che non è il “fuori di un dentro”, il rovescio di un ordine, ma un fuori che apre a piani differenti, dà avvio a nuovi inizi. Dichiara nell’intervista a Conni Capobianco del 1990: “L’estraneità, la separazione, il dire no, lo stop, e il volere subito dopo andare verso un’altra donna per ridiscutere, questo proprio non starci, lo considero un dono che il femminismo precedente ha fatto alle donne di oggi. Il sapersi rivolgere ad un’altra piuttosto che ad un uomo, ad un libro, ad una cosa, è un’eredità del movimento femminista” (Capobianco, 1994, pp. 120-121).

Nella stessa intervista, a proposito del suo iniziale interesse per l’androginia, Putino si preoccupa di chiarire la propria posizione in merito all’androgino e alla differenza sessuale. Se l’androgino le appare come una figura che permette di “muoversi liberamente senza voler prendere né da una parte né da un’altra”, ciò non significa, però, che lei non avverta la “necessità del proprio sesso”. Qui Putino chiarisce che per sesso non intende “la parte fisiologica, genitale”, ma “quel sollevarsi del velo, l’apocalisse che è la pienezza di tutto il corpo e di tutta la mente” (p.120). Questa rivelazione della differenza sessuale costituisce un punto di partenza, una condizione necessaria e ineludibile. Putino non ritiene che una donna “possa dire posso essere donna o posso anche non esserlo”, e considera questo potere, inteso come possibilità, come una “falsa libertà”. In senso weiliano per Putino la libertà è invece sempre l’assunzione della necessità, dove la necessità può essere “costrittiva o costruente” e il gioco della libertà sta tutto nel “non potere far altro che questo rispetto a tutte le costrizioni”.

Anni dopo queste prime suggestioni weiliane riguardanti la differenza sessuale trovano un approfondimento in alcune pagine di Simone Weil. Un’intima estraneità dove Putino nota come non si possa prescindere dalla condizione iniziale dell’essere donna come malheur, e tuttavia questa condizione può diventare una necessità “costruente”. Se è vero che le donne sono deprivate di simbolico, si collocano in una zona abietta (Kristeva), luogo non-luogo cui l’elemento femminile è confinato, pure, a partire da questa innegabile condizione, Putino tratteggia la possibilità di aprire ad “uno stare fuori, un’abiezione consapevole e che non mira a riscattarsi”. Le donne finiscono con il trovarsi fuori di conto come gli infiniti cantoriani, ed a partire da questo infinito qualunque “la realtà si spacca e si fora, e si vede il reale” (Putino, 2006, p. 112).

In questa ultima lettura della differenza sessuale che schiva ancora una volta la trappola dell’identità, dell’origine idealizzata, del destino binario, risuona la funzione guerriera femminile, così come in Amiche mie isteriche l’apparizione della differenza sessuale nella società novecentesca ricorda l’irrompere imprevisto e inatteso delle amazzoni:

si potrebbe considerare la differenza sessuale come una popolazione che fa incursione in un ambiente e vi si distribuisce, quasi senza una forma prestabilita rispetto alle materie con cui entra in contatto, cosicché́ lo spazio si suddivide secondo il modo in cui tale molteplicità si spande in esso, e questa si moltiplica negli ambienti in cui si muove. Libertà possibile di un divenire molteplice che non scaturisce da un’interiorità̀ – germe – ma da una diversificazione attivata: differenza come scambio prodotto in una zona di movimento tra esterno e interno (Putino, 1998, p. 20).

Bibliographie

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Putino, A., 2006, Simone Weil. Un’intima estraneità, Roma, Città aperta.

Notes

1 Angela Putino (Napoli, 1946-2007) filosofa femminista napoletana, studiosa di Simone Weil e Michel Foucault, ha fornito una lettura personale e originale del pensiero della differenza italiano. Tra gli anni ’80 e i 2000 ha fatto parte di gruppi femministi napoletani (Transizioni, Lo specchio di Alice, Madrigale, adateoriafemminista), ha collaborato con la comunità filosofica Diotima di Verona, la rivista romana DWF e il Centro Culturale Virginia Woolf di Roma. Tra le opere principali: Amiche mie isteriche (1998), Simone Weil. Un’intima estraneità (2006), I corpi di mezzo. Biopolitica, differenza tra i sessi e governo della specie (2011). Putino si avvicina al gruppo femminista napoletano delle Nemesiache nella seconda metà degli anni ’80 intorno alla questione del “mito” e scrive Androgina/Amazzone a quattro mani con Lina Mangiacapre (artista, cineasta e pensatrice femminista napoletana) per un convegno a Udine al quale intervengono insieme DARS, Donne e Guerra nel mito e nella storia, Udine, 6-7 dicembre 1987, poi ripubblicato in “Manifesta. Il diverso della scrittura”, n. 1, anno I, ottobre 1988, pp. 1-3. Lina Mangiacapre continuerà a lavorare sul tema delle amazzoni fino alla pubblicazione di Pentesilea, Le Tre Ghinee-Nemesiache, Napoli 1996. Retour au texte

2 All’influsso della tripartizione delle funzioni nelle società indoeuropee di George Dumezil e alla lettura dalla macchina da guerra nomade di Millepiani di Deleuze-Guattari, Putino fa più riferimenti, uno per tutti: Putino, 1998, pp. 39-40. Retour au texte

3 Naturalmente il rimando nietzschiano è qui evidente, seppure non esplicitato, sarà esplicitato invece nel titolo del saggio Una spinta (Putino, 1987b), che proviene da una citazione dello Zarathustra. Retour au texte

4 In questo senso Putino organizzò in collaborazione con altre ad inizio anni ’90 degli incontri intitolati Esercizi spirituali per giovani guerriere, in cui i momenti di riflessione collettiva si intrecciavano con la meditazione e gli esercizi di tiro con l’arco. Retour au texte

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Tristana Dini, « Differenza inaddomesticata. La “funzione guerriera” nel pensiero femminista di Angela Putino », K [En ligne], 16 | 2026, mis en ligne le 01 juillet 2026, consulté le 17 août 2026. URL : https://www.peren-revues.fr/revue-k/1764

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Tristana Dini

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