Notes de la rédaction

La traduzione italiana, a cura di Nadia Setti, di questo contributo (prima edizione francese 1983) proviene da H. Cixous, Tancredi continua, in P. Bono (a cura di), Scritture del corpo, Luca Sossella editore, Roma 2000. Si ringrazia l’editore Luca Sossella per la disponibilità.

Texte

Leggo la Gerusalemme Liberata a corpi persi, a corpi mescolati, a corpi delimitati.

Due campi si contendono il corpo dell’Amata. Voglio dire Gerusalemme. Due campi, sempre gli stessi. Oggi come al tempo delle Crociate e come in Paradiso.
Ma non è la storia della guerra tra Fedeli e Infedeli che m’interessa, è l’altra storia, quella nascosta sotto la Storia, quella di due esseri, due altri che non possono rimanere prigionieri dei loro campi, non vogliono vincere la guerra, ma vogliono vincere la vita o perderla. È la storia dell’amore ad avvincermi, cioè la storia dell’altro e del suo altro. Non Rinaldo e Armida, la Coppia-Stessa. Ma gli Altri, gli straripanti, Tancredi, Clorinda, gli amanti della franchezza, queste due creature singolari, più forti di se stesse, sì, capaci l’una e l’altra di andare, a costo della vita, per amore della verità, per l’amore, al di là delle proprie forze, fino all’altro – il più lontano, il più vicino. I due sempre-altri, che osano compiere l’Uscita. Più pazzi e più saggi perfino di Torquato Tasso, che li ha fatti in sogno molto più liberi di lui. Più strani. Assolutamente fedeli – al proprio segreto umano – al proprio essere più-uomo più-donna. Con coraggio non conoscono se stessi, con nobiltà non si possiedono, con umiltà non si contengono, non si rifiutano, si accordano per perdersi, fino ad avvicinarsi all’altro. Non so più se devo dire essi o esse.

È il movimento dell’amore che mi appassiona. La curva descritta violentemente da un’anima verso l’altro corpo, da un corpo sessuato verso un altro genere di corpo, da un sorriso a uno sguardo. Scambio grazioso (– sì: sono bei colpi di grazia –) da un godimento all’altro che non dice il suo sesso. Si tratta della grazia dei generi, invece che della legge dei generi, si tratta della danza, della traversata aerea dei continenti. Si tratta dinanzi a Gerusalemme, ancora solo oscuramente, del mistero dell’amore che è d’essere un’acrobazia: vola o cadi! Senza deviazioni, sempre diritto. Per questo è così facile. Sì o No – senza vie di mezzo. Per questo amare non è mai difficile salvo in apparenza. Perché il contrario di “facile” non è “difficile”: è solamente impossibile. L’amore è dunque il segreto dell’acrobazia? Sì, è la fiducia: è desiderare di passare nell’altro. Il corpo dell’acrobata è la sua anima.
Il passaggio è vertiginoso? Come ogni passaggio. Inutile contemplare o sondare ciò che separa: l’abisso, è sempre la nostra paura che l’inventa. Ci si slancia ed è la grazia. Gli acrobati sanno: non guardano la separazione. Non hanno occhi, corpo, che per là, l’altro.
Tancredi-è-per-Clorinda-è-per-Tancredi.
Se Tancredi è “perduto d’amore” per Clorinda, per Tancredi è perduto, ma per Clorinda è più che vinto: è dato.
Mi domando: perché solo Tancredi può amare Clorinda? Andare fino a lei? Uscire da sé per orientarsi verso l’altro?
Seguo Tancredi e Clorinda attraverso foreste e campi di battaglia, guerre di razza, di religione, oltre le recinzioni, gli abissi; oltre i bastioni, i generi letterari e gli altri, fino ai canti sconvolti di Rossini.
Allora ascolto Tancredi lanciarsi verso la sua Gerusalemme interiore in groppa all’ippogrifo Musica, e ritornare verso di noi melodiosamente, stranamente altro...
Poiché tra i tempi, tra gli inconsci, tra le strofe e le misure, da Tasso a Rossini la storia ha un poco slittato.
Al posto del sontuoso Clorinda, la più focosa, la più adorabile e vulnerabile dei cavalieri, sorge una donna di uguale forza, ma senza altra armatura che la propria anima. Dalla Clorinda corazzata è uscita tutta disarmata Amenaide, così poco minacciosa da essere imprendibile, ancor più potentemente donna, più fortemente Clorinda.
E Tancredi? Non so... Sento la sua voce, la sua dolcezza, il suo furore, odo l’alta voce mezzosoprano dell’Enigma. L’Enigma? sì: la risposta: sola Tancredi può amare Amenaide che vive in seno a Clorinda. Sola Tancredi.
Sola? Sì. Perché questo Tancredi non può essere che una Tancredi, ecco quello che sente Rossini e anch’io lo sento, ma non so parlarne. Perché è l’Enigma: non si spiega, si fa sentire.
Ascoltate.
Dico una Tancredi, non dico una donna, potrei dirlo ma niente è così semplice.
Ascoltate: Rossini non dice che per essere Tancredi, l’eroe, bisogna che una voce di donna lo abiti. Lo fa.
Non c’è spiegazione. C’è il canto. Al corpo s’impone che affinché un uomo ami una donna come Tancredi ama Clorinda o Amenaide, bisogna che sia una donna – ⁠voglio dire Tancredi.
Se è enigmatico, meglio così. Perché se non lo fosse non dovremmo più fare il minimo lavoro di vita.
Dobbiamo fare il giro del mondo e di Gerusalemme, perdere memoria, perdere sapere, per arrivare alle profondità del vero amore, dove non si sa mai quando si ama, chi si ama, nelle vesti di chi si ama. Tancredi ama Clorinda. Tancredi non sa chi in Clorinda è amata da chi in lui? Un momento fa era un uomo, un secondo prima una donna, ma era proprio così?
Ancora una riflessione e mi perdo: Clorinda “sa” di essere una “donna”. (La) Tancredi di Rossini non lo sa: (lei) è un Tancredi, Dio solo lo sa; e forse un po’ Rossini – quanto a noi è il nostro corpo musicale che lo sa ma noi possiamo ignorarlo.
A questo punto sono completamente perduta. Non ho nient’altro da proporvi che di smarrirvi nello spazio in cui Tancredi vive e arde di essere donna.
Ma ho anche voglia di incontrare una persona e di amarla al di là del vero e del falso che sono i due estremi, confini, limiti della “realtà”.
Voglio amare liberamente una persona inclusi tutti i suoi segreti. Voglio amare in questa persona qualcuno che lei non conosce.
Voglio amare fuori (della) legge: senza giudizio. Senza preferenza imposta. Ciò significa fuori morale? No. Solamente: senza colpa. Senza falso, senza vero. Voglio incontrarla tra le parole, sotto la lingua.
Volevo guardare Tancredi: voci magiche mi hanno trascinata, nitrendo, tubando, lontano da me, lontano da noi, lontano dall’opera, dall’altra parte.
Voglio incontrarla nell’intimità, dietro gesti parole, attività, nella regione dei misteri. Ancora da sola o sola di nuovo. E soprattutto incerta, sì, sempre già un po’ strana, perché soltanto in società e in apparenza una persona che ha una tale profondità presenta una superficie compatta e determinata. Ma appena tutti se ne sono andati, si precipita in camera sua e prima ancora di svestirsi e di struccarsi, si abbandona con gioioso sollievo alla sua vitale incertezza, crolla come uno scenario sul letto, là si stira e ridiventa non sa chi.
So che se ricomincio a dire una volta ancora semplicemente “donna” o “uomo” (come ho fatto, facciamo, abbiamo fatto tutti, ed è per questo che anch’io lo faccio) in seguito non potrò più scollarmi di dosso le parole, né da me né da lei (e finiamo col non amare più chi amiamo e ci inganniamo fino a non amare più). Vorrei almeno una volta tentare di dire ciò che già tento di pensare con difficoltà su questa questione del genere: perché sento che lei (questa persona) ha dovuto infliggerselo coscientemente, o almeno soffrirne misteriosamente: lo sento da come si getta sul letto appena è sola, come se saltasse fuori da qualcun altro, e dal suo stirarsi molto forte dolcemente ruggendo, e dal rotolarsi sui fianchi, e dormire un po’. E soltanto dopo un sogno sobbalza, va d’un tratto nel bagno. E si guarda allo specchio, si chiede, le sopracciglia aggrottate, se non le si vede sul viso, che lei non sa. E inoltre perché la sera, anche lei ascolta Tancredi guardando la notte sorgere attraverso la finestra.
Dunque si tratta del mistero di “donna” e “uomo”. Sono i nomi propri di due misteri o di uno solo?
Sento la verità di questo mistero: misteriosa e vera. La sento vera ma non so dirla vera.
Invece i musicisti non hanno mai perso il senso del misterioso che è il canto della verità. Quello che canta in un “uomo” non è lui, è lei. L’hanno sempre saputo.
Ma noi che parliamo, perdiamo e perdiamo, io sto perdendo.
Ma chi soffre e gode in Orfeo è una voce-donna.
Ascolta Gluck, Mozart e Rossini perché anche loro sapevano. Vivere gridando di gioia atterrita al di sopra della fossa delle parole.
Per fortuna quando qualcuno dice “donna”, non si sa ancora che cosa vuol dire anche se si sa cosa si vuole dire. E allora mi chiedo che cosa è uomo e che cosa è donna e che cosa sono io, anche lei nel bagno se lo chiede, e io non so più quando dico “una donna” se parlo di una persona che chiamereste “una donna” o se.
In ogni caso lei non è una donna. Lei è parecchie. Come tutti gli esseri viventi, che sono esseri talvolta invasi, talvolta popolati, talvolta incarnati da altri, che vivono d’altri, che danno vita. Non si conoscono.
E allora se parlassi di una persona che ho incontrata e che mi ha sconvolta, anche lei emozionata, e io emozionata nel vederla emozionata, e lei sentendomi emozionata, a sua volta emozionata, e che questa persona sia una lei e un lui e un lei e una lui e una leilui e una luilei, mi sia concesso di non mentire, non voglio fermarla se lei transita, lo voglio, la voglio, la seguirò.
E come si chiama una persona che ha l’aria di un “uomo” pieno di donna nascosta dietro quest’aria, e una donna piena di donna nella quale vive ancora qualcun altro, non so, se non ci fosse l’aria che suggerisce, il nome, il trucco del viso e tutti gli altri trucchi...
Riascoltare Fidelio.
Anche se ho ben chiaro che più cerco di dire, più mi sento smarrita lontano da ciò che, sotto le apparenze e nel segreto e l’oscurità, sono sicura di aver capito, credo. Dovrei dire inoltre che per meglio saperlo internamente chiudo gli occhi, evito di guardarla in faccia perché non è impossibile che al suo primo apparire abbia un po’ l’aspetto di uno di quegli uomini per niente femminili, ma capaci di quel tipo di lenta danza interiore, in rapporto amante, elastico con il suolo quindi un po’ f... dunque in effetti un po’ m…, e dunque...
E allora la sento così bene e di nuovo so senza alcun dubbio che lei è potente leggermente come un uomo potente con leggerezza come una donna di una potente leggerezza con un uomo dolcemente potentemente potente come una donna dalla potente tenerezza...
E tutto quello che ho cercato di dire è che è così infinita.

Non si indovina nulla: si sa.
Prima di incontrare colei-di-cui-non-ho-ancora-detto-il-nome, “sapevo” che ascolta Tancredi, la sera, quando rimane sola, e guarda dinanzi a sé la notte scendere giù per la finestra, regale, viene la notte, drappeggiata nei suoi rasi acciaio blu scuro, viene lentamente verso di lei, pensosa oscuramente splendente, e la corazza che la ricopre lascia vedere solo la testa; è una notte persiana. Lei la vede si stupisce dei suoi neri, delle sue nuvole, delle sue volute e ascoltando l’oscurasplendente sorgere, dietro di lei, dal fondo della camera, del tempo, sente la voce che regna sul suo cuore, la voce-mare, che già la chiamava trentacinque anni fa, la cullava, la svegliava.
Il canto III della Gerusalemme Liberata dura due ore all’ascolto e in realtà un giorno e una notte. E durante tutto questo tempo Tancredi e Clorinda non si incontrano, non si incontrano, il tempo non passa quasi più.
Ma visto dall’alto di un fico la cui cima sovrasta le mura di Solima, il canto è racchiuso in queste poche parole: “– L’esercito cristiano arriva nei pressi di Solima – Clorinda fa ripiegare i cristiani – Tancredi accorre in loro aiuto – Buglione si prepara ad attaccare Solima –”. E nel frattempo – Clorinda sfiora Tancredi – tra le frecce – ⁠Tancredi vola – e tra le parole la terra scompare, il tempo non ha tempo, Tancredi Clorinda, visti dall’esterno, volano (ma il loro volo non è abbastanza tempestivo, il tempo s’inceppa, mai, visti dall’alto, si incontreranno).
Ma all’interno del canto, Dio accorda loro tutto il tempo di scivolare l’uno verso l’altra, tutto il tempo tra la possibilità e l’impossibilità, e all’interno non esiste più impossibilità, l’amore non conosce il no, né il desiderio, né il testo, né l’inconscio conoscono l’ora. Dio accorda loro la grazia di scivolare vivi, tra i sessi...

Quando sono scivolati in questa apertura muta ma vibrante e accordata, con violini di dolcezza velati, allora li ho visti.
Tancredi abitato da Clorinda, abitata da Amenaide, abitata da Sutherland, abitata da Tancredi, abitato da Horne, abitata da Tancredi, e anch’io abitata dall’incanto.

Ourselves we do not owe

Non le ho viste entrare. Fu per me una sola apparizione, ma scivolavano come se venissero da così tanto tempo o da un sempre che si era appena fatto corpo.
Le ho viste scivolare, una tutta in bianco, l’altra tutta in blu scuri, come – non una donna – non un uomo – non solo – come – la personificazione del mistero – umano – come l’umano in persona, che si china sul proprio mistero, il quale non è né uomo né donna evidentemente, è cominciare a due, due persone, è l’essere in sé, con il suo mistero cioè essere una domanda rivolta all’altro, e soltanto l’altro ha la risposta, ha soltanto questa risposta da dare, all’altro ma non a sé, ed è così che le ho viste d’un tratto scivolare lungo la stessa questione musicale tra loro uno stesso silenzio cosi dolcemente accompagnato, e tra loro la questione s’accordava, si rispondeva, come una domanda che si dà alla domanda che le viene incontro, le accorda musicalmente la risposta sempre domandata.
Perché soltanto l’accordo perfetto di due domande dà la risposta.
Ecco perché ci sono così poche risposte nel mondo, ci sono tante domande, e tanti libri, tanta speranza, e tante disperazioni, e tanti residui di smarrimento, ma così poca musica, così poca risposta che si posa, con la domanda che si riposa sui suoi ginocchi, ad occhi chiusi, ad ascoltare, ascoltare, ce n’è così poca. Perché soltanto due domande che sono in perfetto accordo finiscono per fare una risposta: cioè due domande che si dirigono l’una verso l’altra con lo stesso ritmo intenso, come due frecce scoccate nello stesso istante da due arcieri di uguale potenza situati ai due lati della montagna salgono come due voci di contralto che si slanciano dalle rive opposte del mare al di sopra dell’orchestra finiranno forse per incontrarsi sulla cima, se un temporale non si opporrà. Un temporale, o la Storia.
Ma prima di tutto la chance della risposta è una questione di corpo. Poi di cultura, di storia, di tutto il resto. E infine la verità è forse che le sole domande che si accordano per farsi risposta avevano cominciato a rispondere fin dall’inizio, non si erano forse mai rivolte all’altra domandandosi, ma già consegnandosi e abbandonandosi, già avevano cominciato a levarsi come risposta, attraverso l’aria lungo i fianchi come un uccello posato sulla freccia, e dall’altra parte, è accaduta parimenti questa cosa inaudita, cosicché quando le frecce all’estremo della loro traiettoria obbediscono alle leggi della fisica, i due uccelli si scorgono di lontano, e liberi, si raggiungono sopra le nuvole dove non si vedono più ma si può udire distintamente il loro grido di trionfo.
Per ritornare ai miei due preziosi apparsi, a dir la verità, appena li ho visti scivolare l’uno verso l’altro, a causa del movimento così flessibile, ho indovinato. Forse a causa della loro aria meravigliata, dolcemente meravigliata, mantenendosi meravigliata, come per salutarsi da vicino come da lontano? Scivolare, sì, tutta in bianchi, splendente l’una incontro all’altra tutta di blu profondi rilucente, e anche i bianchi formavano una profondità, uno spessore, come due fatalità: come se si sentissero inevitabili. Non come una donna cammina e, graziosa o goffa, è donna-camminante, e non era un uomo che avanzava, non semplicemente un uomo-che-si-sta-avvicinando, che veniva. No, davanti a me, sono scivolati come due barche sull’acqua, come al piacere l’uno dell’altro. Attirate, si miravano in un unico movimento impercettibile, leggermente cadevano, con tutto il loro corpo, tenendosi per gli occhi, trattenendosi con lo sguardo sulla riva degli occhi, domandandosi: perché proprio io? In un comune silenzio così dolce con l’accompagnamento di dodici violini, pensando continuamente, si meravigliavano, tacevano, come pensassero che era l’ultima volta che potevano guardarsi ed interpellarsi, e ancora non sapere chi io? Perché proprio io? Chi? Io che...
Perché io? In piedi, vicinissime ora, tutte e due la medesima statura, avrebbero potuto toccarsi, già non c’era quasi più stupore, tuttavia hanno continuato a stupirsi, “perché io sono in bianco, e l’altra blu-notte viene incontro al giorno”…
“Perché”, l’una si domanda all’altra dandosi come risposta, ammantata di sete innumerevoli, e lo stupore le gonfia il petto, con tutto il corpo si domandano e l’una all’altra dicendosi: “perché sei tu” e la risposta è nell’accordo musicale degli stupori.
(So benissimo che non mi decido a rendere visibile l’evidenza. Ho paura, non lo nascondo, perché devo dire un segreto di una tale bellezza che io stessa ne sono stata abbagliata, e se non riesco a mia volta ad abbagliarvi, avrò commesso un crimine contro tutto ciò che venero, la vita, la bellezza, il desiderio. Perché si devono rivelare i segreti, ma in tutto il loro splendore. Altrimenti, se si ripete senza abbagliare, si viola il segreto del segreto, è una sessualità senza Dio. Ho forza sufficiente per innalzare sopra di me il segreto di questa storia? Ho la serenità eroica, la maschia femminilità? – queste sono le virtú che esige il rispetto della mia visione).

Li seguo...
Così alta, mentre cerca dolorosamente di darsi a Tancredi Amenaide non è più che sguardo, ah! Vorrebbe morire a occhi aperti, che il suo sguardo non si staccasse mai dai suoi occhi, spegnersi nella sua notte come il sole e Tancredi nello stesso stupore non ha che occhi, e in un millesimo di secondo, insieme, quasi muoiono, dimenticano il mondo e scivolano verso l’eternità.
Li vedo allora da vicinissimo, vedo la loro follia, il loro segreto.
Egli era il più bello di una donna, era la più maestosa delle donne, irradiava la maestà di una donna.
E più bella di un giovane uomo, più bello di un cavaliere della fede, ella aveva la nobiltà della potenza di un eroe.
Lui la più fieramente erotica delle creature selvagge.
Lei la passione senza pietà, l’inesorabile bravura d’amore.
Ecco. Quello che ho visto e anch’esse l’hanno visto.
Perché io? Ora lottavano come se stessero per entrare l’una nell’altro.
E le armi significano: ti prego vincimi ma non ferirmi.
Scivolano l’una verso l’altro come la notte verso il giorno.
Tancredi cade come la notte, alta, piena di sogni, e così profonda e tutta di ghiaccio dal di fuori; ma il suo cuore brucia, come la notte che adora e non si conosce.
Cade ampia e delicata e maschia di fuori ma sotto la corazza blu scuro punteggiata di stelle, regna l’umiltà bruciante di un’amante.
E quello che ho visto, anche la fiammeggiante Amenaide lo vede, anche se la sua veste supera in candore la neve che corona la cima delle Alpi, altera quanto profondamente umile, se lui è la sua amante, lei è il suo amante...
Questo è ciò che ho voluto dire.
Ho visto in sogno una vergine turchese. Singhiozzando cerco di afferrarla. Essa è in mezzo al cielo. È al di sopra della mia vita come il mio cuore esterno. La voglio, la vedo, la voglio come Tancredi vuole la sua amante morta o viva, la vuole viva fin nella morte, come l’essere umano ha bisogno del segreto della propria vita. La vedo brillare, splendore della mia esistenza, mio tesoro esterno, vedo sopra il mio capo il senso di tutta la mia storia. Una sola notte me ne separa. Cerco di attraversarla. Tendo le mani, singhiozzo di rabbia, l’ho sulla punta delle dita.
Il cielo è vicino una sola notte trasparente da attraversare.
Dentro la turchese splende una perla affascinante.
La mia vita brucia di oltrepassarsi verso il mio segreto.
Brucio la mia anima affinché una fiamma giunga più in alto, più vicino, di me, ma più in alto più in alto ancora più vicino alla turchese sale il fumo, e gli occhi pieni di lacrime piango di speranza.
Il perché della mia vita è una turchese che potrei tenere nella mia mano destra. Ardo per una piccolissima stella doppia. Perché è così infinitamente pura. Il mio segreto è la stella dell’Evidenza. Nel suo seno c’è una perla tenue e splendente. Come lo splendore dell’eternità nel seno di un istante. Il mio astro ancora senza nome!
Il mio segreto non è più grande di una nocciola d’eternità. Solo una notte trattiene ancora la mia mano.
Vedo ciò che la mia turchese vuole dire. Un silenzio blu scuro davanti alle mie labbra trattiene le mie parole in una nebulosa.
La mia turchese contiene il suo più prezioso. Una perla opaca è il segreto della sua trasparenza. Il segreto del blu reale è il candore infinito della sua profondità.
Quello che ho voluto dire posso soltanto singhiozzarlo.
Tancredi si chinava domandandosi così lentamente blu come se fosse l’ultima volta che si guardavano da così lontano come sei tu così bianca guardandosi da così vicino, da più vicino come una donna adorata cerca nello specchio il segreto di quest’amore, domandandogli chi è amata, domandandosi chi è lei, colei che è in me adorata, non si guarda, cerca di trovare il segreto che l’altra predilige, cerca penosamente sotto i suoi lineamenti l’anima dell’altra, quanto alta e nobile e silenziosa Amenaide col favore della notte scivola fuori e il suo cuore arde di contemplare il perché della sua vita che splende blu, l’attira e le risponde regalmente blu misterioso e così vicino come sei tu così blu?
Mi chiedo: capirò un giorno il segreto di quest’amore che sento e che sotto le mie dita, sotto le mie parole, svanisce? Capirò un giorno la notte? Saprò chi mi capisce?
Vedevo il loro segreto. Quello che ne dico è solo luce trasformata in polvere. Era così bello che si sentiva che era bella. E lei non era soltanto una bella donna, lei era bello: dico quello che si vedeva.

Tutti e due piombano l’uno sull’altro come due nemici, Vogliono misurarsi, il desiderio li anima, si sono eletti, nell’oscurità non si incontrano.

(A quel punto c’è stata un’esplosione di canti che agitavano la notte, e ho scarabocchiato tutto ciò che sentivo, frasi affannate, su pezzi di carta, gli occhi su di loro, la mano che ciecamente annotava).

La notte il giorno tutti e due tutt’e e due
Si slanciano, ancora non si incontrano
Che cosa vuoi da me, che cosa mi porti
Lasciarti piuttosto morire
Perché mi cercavi, proprio me, così ardentemente?
Come se fossi da te conosciuta
Come se ti conoscessi
Fidanzata mia ti prego di rivelarmi il tuo nome
Poiché il destino, poiché la sorte
Il mio nome non lo rivelo, il mio vero nome
Come se tu mi conoscessi
Aprono le braccia si slanciano
Se fosse la guerra non si mancherebbero,
Ma non è la guerra, è l’amore, esse si sfiorano
Non si abbracciano, è la guerra d’amore
Che lei respiri s’egli può
Tu non sei più mia sorella
Io non son più tuo figlio,
La collera e l’oscurità non sono né finti né misurati
I loro piedi sono immobili, le loro anime al contrario s’agitano e si eccitano, le spade ricadono, e di taglio e di punta
Che fuggi amor mio? In piedi fianco a fianco. Non si vedono...
Niente li separa.
Che cosa li separa? L’oscura malvagità della Storia
Il combattimento diventa sempre più serrato,
Già non si possono più servire della punta,
Si accecano con gli sguardi
Per tre volte Amenaide riceve lo sguardo di Tancredi
Per tre volte si libera da questa attrazione che teme
Crederti piuttosto morire
Ma con tutta la mia vita malgrado me ti credo
Tu non sei più mio figlio
Io non sono più tua sorella.
Alfine sfiniti, arretrano per respirare un attimo attenti e silenziosi come due avversari
Domandandosi chi vincerà, l’amore, la morte...
Che dolcezza allora quando tutta la pena è esaurita
Quando la collera non ha più sangue, l’angoscia non è più sostenibile
Allora che rispetto.

Non vedo cosa potrebbe separarli. Due esseri fatti uno per l’altro, né sorella né fratello in apparenza e tuttavia di ugual misura e di ugual dismisura.
Si vede che tutto li accorda l’una all’altra, come una soprano regale a una contralto capace delle note più acute, si vede che esse sono alla misura l’una dell’altra in differenze e rassomiglianze l’una fa risaltare l’altra e l’illumina. Tutte e due di taglia uguale, potenza, ricchezza d’anima, mobilità di mente, uguali in virtú e differenti quanto ai lineamenti, ai colori, alla risonanza, come... come Sutherland e Horne per esempio.
Niente si vede che le separi. Soltanto un’impercettibile vibrazione. Un ritardo, come nella vita.
Finiranno labbra sulle labbra per prendersi e ridarsi il respiro? Credo di sì, ancora. Altrimenti sarebbe una vera disgrazia.
Avevo un po’ paura. C’era un tremito così leggero nel loro respiro. Come se lottassero silenziosamente insieme contro una parola, una sola terribile parola, con tutte le loro forze volte all’interno, chini sopra le mura, temendo di essere sorpresi da un unico ma potente nemico, astuto come un veleno, che non verrebbe dall’ora attuale, ma potrebbe sfuggire come la gelosia in persona, da un tempo antichissimo e infelice.
Ma così preoccupati di non lasciarsi sorprendere dalla parola infernale, non avevano ancora avuto il dolce piacere di dire ti amo.
Si guardavano ora un po’ affannati, gli occhi preganti con una tenerezza che di una leonessa farebbe un’alleata fedele, e appoggiano sulle spade i corpi sfiniti.

Pertanto, malgrado l’impossibile tra loro, non si lasciano
L’impossibile li unisce come la notte
Nella quale si perdono si trovano
Amica! Nel tuo destino crudele ti resterò fedele
Perché sarebbe impossibile? Perché era la notte? Perché era il giorno? Perché non sarebbe possibile?
Amica nel tuo destino fedele ti resterò crudele.

(E tuttavia ho sentito vagamente che non potevano ancora trovare, ora pesava una ora l’altra perdeva in leggerezza. Non so chi ha detto

Dovrei abbracciarla Non posso
Dovrei affrontarla Non posso
Dovrei fuggirla

Non ho voglia di sapere chi non ha potuto non fuggire, non cadere.
È stata sfortuna? In verità c’è stata sfiducia. Ma era in un’altra storia).

Allora non so più chi ho cominciato ad amare gettando improvvisamente tutto il peso del mio proprio desiderio, invano. Ero innamorata dell’una e dell’altra. Delle due. A causa dell’altra amai. L’una perché l’altra. L’una per e contro l’altra.

Sì è lei l’oggetto della mia passione
L’oggetto del mio dolore è lei,
Questa passione lenta che minaccia l’una verso l’altra
Questa speranza che tormenta, tutto aumenta nel mio cuore,
Questa apprensione, questa fiducia,
Questo abbagliamento, tutto aumenta
Questo credere, questo non-credere,
Questa passione che affligge il mio cuore e m’incanta,
Anche lei, l’adoro, non so perché,
L’amore mi ha sorpresa mentre guardavo
Due alte persone guardarsi per l’ultima volta,
Mi ha presa nelle sue grandi braccia ma delicate
E sono caduta, stupita,
Innamorata,
Non solo di quella che volevo amare,
Che amavo in anticipo, perché era blu e scura
E ardente e profonda come qualcuno che un tempo amavo
Ma stupita sono caduta ugualmente nell’aura musicale
Di quella alla quale non pensavo, l’altra, la bianca e oro,
La vergine e confidente e spontanea, anche lei
All’ultimo momento, e perché una era la risposta che l’altra nel frattempo non osava sperare
E umilmente sperava con tutta la sua anima.
Ognuna aumenta l’altra, ognuna dall’altra aumentata. Ciascuna tanto più splendente e grande quanto più comprende misteriosamente l’altra.
Tancredi è una donna che finisce o un uomo che comincia ad essere una donna per essere un uomo?
Ma Dio mio, io sono soltanto io, non sono che una donna, ciò che è più di me, come esprimerlo?
Indovino quello che è più di una donna, quello che è più di un uomo, ma al di sopra di me tutto scintilla e mi abbaglia e si confonde in una sola persona d’aspirazioni atletiche, di taglia abbastanza grande per una donna, sì lei mi sembra una donna ma dotata naturalmente d’una prestanza d’uomo, come la mia perla nella mia turchese.
Come si chiama una persona che sembra piuttosto una donna dagli occhi blu scuro, dallo sguardo di ghiaccio in apparenza e dall’interno bruciante, vasta e imponente come la notte e le stelle strusciano i loro piccoli musi sul suo grande petto e chiudono gli occhi innamorati, che si batte come un eroe, darebbe la propria vita come una madre, e che versa lacrime d’impazienza e di afflizione, e non sogna altro destino che quello dell’amore, e che conquista fortezze più facilmente che un bacio, e la sua voce è così grave e calda e umida, si direbbe il mare delle lacrime umane e ogni donna, non legata dai nodi del matrimonio, che la sente, prova il bisogno ardente di immergervisi?
In questa storia lei aveva nome Tancredi, il suo passato, le sue armi. Aiuto Mozart, Rossini, aiuto numero senza genere, genere senza limite!
Quando comincia donna quando continua quando diventa quando insegue quando infine tocca infine abbraccia?
.... No; dovrei piuttosto chiedere:
Dove comincia uomo comincia donna continua?
Continua.
Tuttavia – Già le ultime stelle impallidiscono ai primi fuochi dell’aurora e tuttavia il combattimento continuava.
Il trionfo fatale inquietava questa Tancredi,
Continuava con una voce di contralto, nella quale avrei voluto versare tutte le mie lacrime.

Devo cedere? Devo vincere? Chi?
Chi sei, ti prego, vincitore o vinto, dimmi, saprò chi salvo, chi perdo
Parlami. Non ti ascolto. Parlami.
Tu sola sei stata amata dal mio cuore.
Come non crederti.
Soltanto all’impossibile devo credere,
llora addio.
Che vuoi? Lasciarti. Seguirti. Due lottatori. Due avversari fianco a fianco contro l’impossibile
Sì, sei tu l’oggetto del mio dolore
Non si colpiscono. Si contemplano.
Si voltano le spalle. Si fuggono
Come se esse si gettassero uno addosso all’altra.

(Ci sono parecchi Tancredi, è per questo che faccio tanta fatica a non ingannarci. Prometto che farò l’impossibile appena fatto giorno per dare spiegazioni a questo proposito).
Sento perfettamente che sono all’interno della notte e nondimeno dinanzi alla mia propria notte. Sento che sono davanti al mistero, che sono destinata ad incontrare e a non risolvere. Questa Tancredi, questa Amenaide, questo primo due, sono le figure del mio mistero. Tutto ciò che scrivo, mi sembra, mi conduce ad occhi miopi verso i loro abbracci, e allora sento che tutto accade sotto i miei occhi perdutamente meravigliati, il senso del mistero s’incendia, esplode un grido nel mio petto – come se “scoprissi” la “verità” de “l’amore” (tutte queste parole sono fumo che soffoca la punta pura del mio grido) – e – fiat nox!

Ma forse la cosa più difficile e più necessaria è dimenticare completamente quei giudici che ci obbligano a rispondere stupidamente alle loro stupide convocazioni, a giustificare il non-giustificabile, a parlare del silenzio, ad annientare la musica sotto macine di parole, a mentire giurando di dire soltanto la loro verità, a riconoscerci colpevoli di mancanza di assenza e di mancanza di debolezza, a scusarci per ogni pensiero; dimenticare completamente, cioè dimenticarli arditamente, con un salto accelerare la velocità, senza dimenticarli mai realmente, gettare un oblio scintillante sulle nostre spalle e raggiungere correndo la zona d’anima libera, dove loro non possono avventurarsi perché periscono al contatto dell’aria pura. Dopo la nostra epoca pesante e rigida, mi piacerebbe vivere in un tempo in cui la lingua non sarà più avvinghiata, castrata, intimidita, costretta ad obbedire ai falsi dotti che sono veri asini. Ma talvolta sono arrestata dalla polizia delle parole, perquisita, interrogata e contro-interrogata. Talvolta sono io che arresto; pensando, forse a torto, che devo in ogni modo mostrare che non ho paura degli insulti che ci lanciano. Mi volto, rispondo e il combattimento comincia, al grido di Donne! Donne! Lanciato, ripreso con odio, con amore. Nel fracasso degli argomenti non si sa più cosa si attacca, cosa si difende, le parole cambiano di valore secondo gli interlocutori, talvolta benedizioni, talvolta maledizioni.
So bene che il miglior modo di difendere una verità è di non pronunciarne il nome, di non esporla all’abuso pubblico. A forza di essere detta, la parola “ebreo” diventa secca come un fossile. E il caso della parola “polacco” in questo momento. Ma è una necessità dell’epoca. In questo momento chi non dice “polacco” rinnega uno dei suoi figli. (E il caso della parola “vero”, che è accusata, ai nostri vecchi tempi, di essere troppo bella per essere vera).
E in questo momento ci sono tanti massacri clandestini di donne, una donna deve dire “donna” dodici volte al giorno per protestare.
Ma a forza di dire “sono una donna”, si finisce per creare delle specie di verità forzate. E il peggio è che più lo si dice, per non lasciarsi trascinare dalla corrente lontano dalle proprie rive, più ci si ancora per non lasciarsi separare, più si contribuisce a rinforzare le limitazioni di forze, a restringere i propri territori e a ingrassare i pregiudizi. Si è rinchiuse, ci si rinchiude, ci si indonna. E il peggio è che ciò che era la dolce, inesplicabile e intima verità, la mano magica sul cuore, sotto la quale si potrebbe svenire di gioia, diventa una frase.
Dunque la verità, che appare all’interno della notte, nel fondo tiepido del sogno, e allora soltanto, si spoglia tranquillamente davanti a me e viene sorridendo ad adagiarsi non so come sul mio corpo estremamente interiore, e mi accarezza il cuore, e – allora – la dolcezza dei suoi seni; – ecco il sapere assoluto – (se ciò che sto scrivendo non è abbastanza chiaro, è normale, poiché non esiste una sola parola che mai ritorni dal fondo luminoso in cui vive la nostra verità. Le poche parole che vi si avvicinano si trasformano in sospiri) – dunque, la verità che vive soltanto al riparo del silenzio, è costretta a comparire, e allora è nello stato di un pesce tolto fuori dall’acqua, che pensa in un’ultima convulsione al mare, poi, fine.

Ma in questa notte piena di voci, sono stordita fra due Tancredi. Lei è l’uno o l’altra o la stessa o la verità nascosta o la verità manifestata dell’altro? Ecco come sono fra l’una e l’altra, stupita, ostinata a non togliere via gli occhi dal mistero: come se volessi prendere coscienza del mio inconscio nel quale sono immersa.
Eccomi sotto il mare con la mia lanterna. Mi rigiro all’interno di una domanda, come un pesce cinese in una piscina. Ci sto e non ci capisco niente: immagino che la risposta sta fuori.
“Per quale motivo è necessario che questo Tancredi sia una Tancredi?”
Ma il fuori non esiste. La mia piscina è infinita. È il mondo.
Non pensiamo. Nuotiamo.
Ci sono due Tancredi. Non sono proprio gli stessi, è quasi la stessa. Il Tancredi di Gerusalemme è o non è la Tancredi di Siracusa?
Perché voleva assolutamente sapere ciò che pensava per questo Tancredi si è rigirato contro se stesso in un ultimo e furioso sforzo per prendersi in braccio.
Sono cose a cui bisogna pensare.
Nuoto tra due Tancredi, l’acqua è quasi una notte stellata di serenità. Proseguo meditando nella sostanza stessa dell’erotismo, come se la musica fosse infine ridiventata ciò che fu, onda musicale. Nuoto tra due ondulazioni di pensiero.
L’enigma è fresco all’interno, ci sto bene, l’amore scivola e si insegue, da Gerusalemme a Siracusa e si volta, le apparenze si scambiano e la realtà arrossisce di emozione.
Prima di tutto è la storia di un Tancredi che ama un eroe che è una donna che è in realtà un eroe che è una donna e se lui l’ama è perché è una donna. E anche lui.
C’è una Clorinda, è una donna che ha la forza di avere l’aspetto di un uomo e tanto più l’una che l’altra. Insomma, non ne sono sicura. E allora Tancredi è la persona che ama questa donna.
Allora Rossini indovina: affinché un uomo ami come Tancredi ama questa donna che è anche e ancor più, bisognava che fosse una donna.
Sono smarrita...
Meglio così... Tancredi non può essere che una donna anche se è un uomo. O no? Tancredi non può essere che una donna anche se lei è un uomo?
Un-uomo-che-ama-una-donna-come-se-lui-fosse-una-donna – la sua voce attraversa la vita, la morte, le mura, le sabbie, le superstizioni, le corazze superbe, gli scudi, le immagini, le lingue, i sensi, né la razza né il colore né un genere, né un altro genere, la tengono prigioniera, lei è fatta per celebrare colei che l’ispira. Tancredi canta una donna: una donna canta Tancredi...
Tancredi, una donna...
Se amo una donna la chiamerò Tancredi.

Meravigliato Tancredi meravigliata comprende Clorinda, e per Rossini, è evidente, “Tancredi” è una donna in un uomo.
– Ma per i cristiani e per ogni Gerusalemme, è Clorinda che è una donna in un uomo.
Ed ecco li vedo lanciarsi l’uno verso l’altra più rapidi dei miei sguardi, e piombare e i loro corsieri sollevare una nuvola di polvere brillante, non li vedo più, ascolto soltanto le voci misurarsi, la leonessa che si slancia, l’aquila che fende l’aria; sento due voci, una è di una donna e anche l’altra è di una donna, si precipitano l’una e l’altra, una non è una donna, una non è soltanto una donna, una non è soltanto il contrario dell’altra.

Che segreto!
O cielo sai per chi tremo
Perché lui non sa chi è lei
Non sa che lui è una donna
Perché con quale differenza
Lei è una donna, il cielo lo sa,
Qual è la differenza? Non è semplicemente il sesso,
È come ama l’amore, al di sopra delle mura, malgrado le corazze, dopo la fine del mondo,
Ma io non so dirlo,
Ascolto la contralto chiedersi chi
La sua grande notte chiara piena di lacrime e
Trema soprano e lassù s’incrina
E ricade
E immediatamente riprende il respiro e si strappa a tutte le mie domande che mi fanno indugiare in basso.
Più in alto, le domande non seguono, ci sono soltanto risposte
Ecco perché le voci delle donne sono così libere e gaie.

La parola “donna” mi tiene prigioniera. Vorrei usarla, perderla, e continuare sui passi di Colei che vive senza grossi problemi.
Tanto più amabile quanto più donna tanto più uomo quanto più donna e forse tanto più donna...

Se amassi una donna la chiamerei con la voce ancora umida e salata, Tancredi Amata mia.

Citer cet article

Référence électronique

Hélène Cixous, « Tancredi continua », K [En ligne], 16 | 2026, mis en ligne le 01 juillet 2026, consulté le 17 août 2026. URL : https://www.peren-revues.fr/revue-k/1755

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Hélène Cixous

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