Discorso funebre (Gravtale) o orazione funebre (liigtale), distinto dal sermone funebre (ligprædiken), pronunciato dal sacerdote in chiesa dal pulpito, dopo la sepoltura al cimitero. Entrambi sono menzionati in una lettera della cancelleria del 19 novembre 1791, che cita esempi di come un breve discorso possa essere pronunciato presso la tomba o, se il tempo non lo permette, nella casa da cui la salma viene trasportata al cimitero; vedi Raccolta di regolamenti, rescritti, risoluzioni e lettere collegiali, riguardanti il clero, di L. Fogtmann e F.T. Hurtigkarl, 3ª ed. di J. L. A. Kolderup-Rosenvinge, vol. 1-3, Copenaghen 1838-40 (abbreviazione: Raccolta di regolamenti, riguardanti il clero); vol. 1, p. 357. Tenere orazioni funebri divennero sempre più comuni nel XIX secolo, come si evince dalla lettera della cancelleria del 31 marzo 1829, in cui si afferma che “nulla impedisce che il discorso venga pronunciato nella camera ardente o al cimitero”, Raccolta di ordinanze riguardanti il clero, cit., p. 357. Queste orazioni funebri venivano solitamente pronunciate dal sacerdote, ma secondo la lettera della cancelleria del 21 giugno 1817, potevano essere pronunciate anche da altri con il consenso del sacerdote, a condizione che fossero legalmente autorizzati a predicare, ad esempio i laureati in teologia. Vedi Raccolta di ordinanze riguardanti il clero, cit., p. 366. Retour au texte
Allusione a 1 Timoteo 4:8, dove Paolo scrive: “La pietà è utile a ogni cosa e ha la promessa della vita presente e di quella futura” (NT-1819). Retour au texte
Poul Martin Møller (1794-1838), scrittore e filosofo danese; dal 1822 professore associato di latino e greco alla Scuola Metropolitana di Copenaghen, dal 1826 professore associato e dal 1828 professore di filosofia all’Università di Kristiania (Oslo), dal 1831 fino alla morte professore di filosofia all’Università di Copenaghen, dove fu uno degli insegnanti di SK. Retour au texte
Se la polizia e il medico della città decidevano congiuntamente che una persona deceduta poteva essere ritenuta colpevole di essersi tolta la vita intenzionalmente e quindi “poteva essere definita suicida”, la conseguenza, secondo il Libro 6, Capitolo 6, Art. 21, della Legge danese del Re Cristiano V (1683), era che la persona interessata non poteva essere sepolta in terra consacrata. Retour au texte
Cfr. la voce di diario JJ:465 [SKS 18, p. 295], probabilmente dell’inizio dell’estate del 1846, dove SK scrive: “Strano! Fuori città si trova il Giardino dei Morti [Assistens Kirkegård a Nørrebro] – un piccolo lotto di contadino, grande appena quanto un lotto di contadino, eppure l’intero contenuto della vita è racchiuso qui. È un’immagine compendiosa [compressa] della realtà, un breve riassunto, un’edizione tascabile”. Retour au texte
Allusione a 1 Cor 15,19, dove Paolo scrive: “Se abbiamo sperato in Cristo soltanto in questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini” (NT-1819). Cfr. la voce di diario JJ:333, del maggio o giugno 1845, in SKS 18, p. 246. Retour au texte
In 1 Tess. 4:11 Paolo esorta i Tessalonicesi a “cercare l’onore vivendo in pace e occupandosi dei fatti propri” (NT-1819). Retour au texte
Johann Christian Ryge (1780-1842), allora medico e attore; conseguì il diploma di medico-chirurgo a Kiel nel 1805 e il dottorato in medicina nel 1806, poi medico generico e dal 1807 fisico a Flensburg, dal 1813 fino alla sua morte, avvenuta il 29 giugno 1842, fu attore al Teatro Reale di Copenaghen, dove interpretò un’ampia gamma di ruoli di carattere in tragedie, commedie e musical, ottenendo grande successo e riconoscimento. Dal 1816 gli fu affidata la supervisione delle finanze del teatro e dal 1818 al 1838 ne fu ispettore finanziario; nel 1829 fu nominato co-direttore e nel 1831 regista teatrale. Retour au texte
Il documento non è identificato. Tuttavia, potrebbe essere stata pensata una bozza di un’orazione funebre (cfr. Pap. VI B 144-149), che si trova in una raccolta di idee per Sei discorsi in occasioni immaginarie. La raccolta si trovava nel grande sacco, che tra le altre cose conteneva i manoscritti di alcuni scritti pubblicati, e che è menzionato in L’ordine delle carte (Ordenen af Papirerne) di Henrik Lund, il nipote di Kierkegaard a cui per primo toccò – tra il novembre del 1855 e il gennaio del 1856 – il compito urgente di orientarsi tra le carte e i manoscritti dello zio a seguito della sua morte e a cui si deve un primo tentativo di catalogazione degli scritti. Tra i Papirer dello zio da Lund passati in rassegna, è stata ritrovata la seguente bozza: “Orazione funebre su una ragazza che rimase fedele al suo amato, mentre lui prima manteneva una corrispondenza con lei per 2 anni nelle lontane Indie Orientali, poi ne sposò un’altra. L’intera faccenda era rimasta segreta tra lui e lei. Lei aveva circa trent’anni, e si trattava di una storia d’amore della prima giovinezza./Una signorina Nielsen (Giødwad ha parlato di lei.) Il governatore Hansen (?) era l’uomo./un passo di Shakespeare dove si parla di una giovane ragazza la cui intera vita era una pagina non scritta, ma il tarlo la rodeva. Il passo è annotato nella mia copia.//Orazione funebre su una cameriera defunta presso il Re./viene usata in modo umoristico. – la dignità reale. – Era fedele servitrice di Sua Maestà. (nello stesso senso si dice anche di un Primo Ministro)” (Pap. VI B 148-49, p. 233ss.). Il riferimento a “un luogo” in Shakespeare è al seguente verso di Viola, travestita da uomo, nell’Atto 2, Scena 4, di Twelfth Night, or What You Will (La dodicesima notte, o quel che volete) di William Shakespeare (1623), da SK consultato nella traduzione tedesca di Ernst Ortlepp: Der heilige Dreikönigsabend oder: Was ihr wollt, cfr. W. Shakespeare, W. Shakespeares dramatische Werke, traduzione di E. Ortlepp, vol. 1-8, Stoccarda 1838-39, ktl. 1874-1881; vol. 3, 1839, p. 472: “Ein leeres Blatt./Sie offenbarte niemals ihre Seele,/Ließ ihr Geheimniß, so wie in der Knospe/Den Wurm, an ihrer Rosenwange nagen./In blasser, welker Schwermuth sich verzehend/Saß sie wie die Geduld auf einer Gruft,/Durch Thränen odoringen. Detto, war das nicht Liebe?/Wir Männer häufen leicht auf Schwur den Schwur,/Doch der Verheißung steht der Wille nach./Sono Schwören sind wir stark, doch in der Liebe schwach”. La copia di SK non è stata identificata. Retour au texte